Feline Interview: JESSE THE FACCIO

In mezzo a un mare di proposte itpop, dalla scena padovana il 13 marzo, è uscito “VERDE” di Jesse The Faccio a ricordarci che è ancora possibile incidere dischi senza usare synth anni 80 o batterie trap. La sua è una proposta punk ma con chitarrine alla Johnny Marr dei The Cure, un rock pettinato col gel che tiene bene i capelli indietro. Un genere un po’ datato per alcuni versi ma reso attuale e molto personale dalle capacità cantautoriali dell’artista: le parole sono ben incastrate e mai banali, suggeriscono immagini precise e puntuali che, seppur al primo ascolto potrebbero suonare scollegate, se sentite con più attenzione parlano e descrivono senza fraintendimenti. 

Dietro lo sfiorato no sense dei testi, si nasconde un viaggio dentro le varie sfumature del concetto di speranza, prima in negativo, poi in positivo. Dalla prima traccia “VERDE” fino per le successive quattro, le liriche sono tutte incentrate sull’idea che la speranza non serva, che sperare è inutile e non porti a molto di concreto. Dalla strumentale “VERDE 2” fino alla fine del disco, le sonorità Joy Division del pezzo introducono l’altro lato della speranza: la speranza fondamentale vissuta come necessità. La contrapposizione tra le due anime del disco è ben riassunta nella differenza narrativa tra i due pezzi d’amore “DITA GIALLE” e “CAVIGLIE”. “DITA GIALLE”, dalla prima parte dell’album, ha infatti un’anima chiassosa, l’amore è uno specchio dove vedersi invecchiati, le dita sono gialle per colpa delle sigarette e “Io non ho bisogno di amarmi”. “CAVIGLIE” spicca nella seconda parte per le sue sonorità tenere e scarne, l’artista ci apre la porta per accoglierci in una complicità privata e viene fuori tutta la sua capacità di paroliere: poche parole definiscono immagini puntuali di una coppia che passa il tempo a stuzzicarsi.

 Il suo primo disco “I Soldi Per New York” aveva già avuto un ottimo riscontro, provato anche dai numerosi streaming e la sua presenza, tra numerose date, sul palco del MIAMI e del Woodoo Fest. Con “VERDE”, oltre ad averci confermato le sue qualità, ha fatto un notevole salto di qualità a livello sonoro: le parti risultano ben incollate tra loro il sound potente arriva ben chiaro in tutte le sue frequenze, l’ascolto va giù liscio.  

Tra le nuove proposte italiane Jesse The Faccio è sicuramente da non perdere d’occhio, nel frattempo ci abbiamo scambiato due chiacchiere per farci raccontare meglio com’è andata la stesura del disco.  

Futura 1993: Dopo il consenso del primo disco com’è stato approcciarsi a scrivere “VERDE”? Si dice che il secondo disco sia il più difficile da scrivere, ce lo confermi oppure è un mito da sfatare?

Jesse The Faccio: Non è stato così difficile per me scriverlo. Parte del materiale era già là bello che pronto (a livello di scrittura) da un po’, ho cercato di trovare un filone tra quello che avevo scritto anni fa e le ultime cose e mi sembrava che si legasse già abbastanza bene ed ho fatto una selezione. Poi pezzi come “CAVIGLIE” che rientra tra gli ultimi scritti mi han dato la “forza”, perché ne ero molto soddisfatto, di unire il tutto passato/presente e darli una sorta di concept. Molto più difficile organizzare il come e quando farlo uscire pensare a tutte le cose di “contorno”, mi faccio un sacco di paranoie.

F1993: Una proposta punk alleggerita da chitarrine alla Johnny Marr è una bella scossa in questa scena italiana copia carbone. Domanda retorica, meglio la strada facile del pezzo piacione itpop o una buona e sana dose di personalità?

JTF: Sempre e solo una buona e sana dose di personalità! Ne vinci sempre almeno personalmente e poi si sente, si percepisce quello che è vero, esigenza. Poi se con tutta la tua personalità fai pure il pezzo “piacione” itpop ben venga, nulla di male, anzi. Il problema sono proprio i copia e incolla.

F1993: A livello di suono si sente un bel salto di qualità tra “I soldi per New York” e “VERDE”, le varie parti sono ben arrangiate. Una piccola curiosità, è stato inciso in presa diretta o in tracce separate?

JTF: Intanto grazie. Comunque tutto in tracce separate come il primo, questa volta però ci siamo destreggiati tra il nostro classico home studio cresciuto e migliorato come noi in questi due anni, e uno studio vero di amici (Iohoo Records) dove abbiamo potuto registrare le batterie per intero e sparare le chitarre a volumi molto più alti di quanto ci permette la casa.

F1993: Il tuo disco in conclusione è un viaggio nelle mille sfaccettature del significato di speranza, prima in negativo e subito dopo in positivo, cosa ti lega a questo concept e perché lo hai scelto? Qual è il significato che vorresti lasciarci arrivati all’ultima traccia del disco?

JTF: Raccogliendo il materiale per il disco mi sono accorto che nelle cose più vecchie scrivevo come due opposti ovvero uno pieno di consapevolezza, so quello che sono fanculo sperare non serve. L’altro molto più “disperato” nel senso di “non capito” e quindi speranzoso che le cose potessero cambiare. Tutto ciò denotava una certa confusione. Invece ultimamente scrivevo in una maniera più onirica ma sicuramente più carica di speranza, speranza di sciogliere anche quella confusione personale diciamo. Ho pensato forse tutto questo si potesse collegare. Arrivati alla fine del mio disco non so spero che la gente sia riuscita a pensare a fare un ragionamento per sapere quando e quanto davvero sperare. A me fa questo effetto.
F1993: Tra le due sfumature del concetto di speranza emergono “DITA GIALLE” e “CAVIGLIE” che contrappongono due modi di cantare d’amore. Quale dei due rappresenta meglio la tua realtà?

JTF: La rappresentano sicuramente entrambe, attualmente “CAVIGLIE” la rappresenta diciamo meglio. In generale penso che realtà sia abbastanza fragile (non solo per me) in questo momento.

F1993: Nel tuo scorso tour hai aperto a nomi come Tre Allegri Ragazzi Morti e Block Party, cosa può imparare un esordiente dal confronto diretto con artisti di esperienza nella scena underground?

JTF: Solo ed esclusivamente la professionalità, il livello di questi nomi è altissimo niente di paragonabile con il mio. Comunque la loro professionalità trasuda da ogni cosa, da come arrivi in backstage a come porti a termine il concerto. Comunque sia si impara molto più da sè stessi pian piano che macini chilometri e date, importante è rimanere nella propria dimensione ed essere al 100% professionali in quella.

F1993: Alcuni dei tuoi testi, “NISSAN” in particolare, sfiorano il no sense, sfiorano delle idee per poi dirottare subito su altro, quanto è importante non prendersi sul serio?

JTF: Diciamo che abbastanza importante, con attenzione e sempre la giusta dose di consapevolezza, poi certe cose si fanno per sè ed è giusto che escano nella massima limpidezza per sé stessi in primis. Comunque sia sono abbastanza bravo a non prendermi sul serio…Il testo di “NISSAN” per quanto sfiori il nonsense per me è molto chiaro e mi porta a tutte le immagini che ne escono in maniera ordinata ahah.

F1993: “VERDE” è uscito non nel più allegro dei momenti, qual è il tuo disco “amico” che ti fa compagnia quando sei giù e di cui non ti stancherai mai?

JTF: Eh sì non è il momento più facile, spero il mio disco vi possa fare compagnia principalmente. Comunque sia sicuramente il disco che ho ascoltato di più (per intero) negli ultimi due anni è “Multi Love” degli Uknown Mortal Orchestra penso ci possa stare sempre davvero, a me porta sentimenti contrastanti ma penso faccia bene.

F1993: Scrollando il tuo Instagram viene subito all’occhio un immaginario volta a sembrare casuale ma che non lo è affatto. Quanto è importante per te che un progetto sia accompagnato da un’estetica precisa? A chi ti sei affidato per le grafiche?

JTF: Abbastanza importante, per un progetto come il mio soprattutto poi per me è abbastanza personale cioè le cose fatte male ma bene son sempre quelle che mi hanno attirato di più. Faccio tutto io per quanto riguarda i disegni, molto a caso e molto buona la prima. Poi il grande Emanuele (CEO di Mattonella Records) mette in grafica tutto in maniera molto semplice e naturale.

F1993: Nello scorso anno immagino ti sia diviso tra una notevole quantità di date e la produzione di “VERDE”, in quale delle due situazioni ti sentivi più a tuo agio? Chitarrino solitario in cameretta o l’emozione degli occhi puntati addosso?

JTF: Direi entrambe, in maniera diversa. In casa in studio con i miei compari è tutto più rilassato, ci capiamo ormai al volo io arrivo sempre con le idee al 90% ben chiare quindi è tutto molto divertente stimolante e leggero nonostante la fatica. Sui live le emozioni sono diverse, verso la fine del tour (in band) avevo un po’ perso quell’ansia da palcoscenico, col solo tour mi è tornata tutta addosso adesso che siamo fermi e chissà per quanto tornerò a tremare prima di salire sul palco. In ogni caso la forza delle persone che siano tre o mille che stanno là sotto ad ascoltarti non è paragonabile a niente. Poi si sa, dopo il secondo pezzo viaggia tutto liscio.

Sophia Lippi

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