Feline Interviews: Carlo Corallo

Il rap non è un mondo banale, forse troppo stereotipato come genere che esprime rabbia, rivolta sociale o – come negli ultimi anni – ridicolizzato nella trap. Abbiamo la fortuna di vivere in un paese come l’Italia che ha degli eredi, sia cantanti che letterati, di prim’ordine, e vedere dei testi che uniscono il mondo della musica e della letteratura è qualcosa che troviamo difficilmente; Carlo Corallo fa ciò, tra scaffali ricchi di libri e voglia di narrare grazie anche all’ultimo singolo “Amari un po’”.


Feline Wood: Chi è Carlo Corallo? È un rapper oppure un raccontastorie?
Carlo Corallo:
Carlo Corallo è in primis uno studente universitario di legge; poi è anche un rapper che fa rap cantautoriale.

FW: Come hai iniziato ad ascoltare musica e quali sono i tuoi artisti preferiti?
CC:
Ho iniziato ad ascoltare musica da bambino, con interesse del tutto autonomo. Nessuno mi ha indirizzato, per cui ho vissuto una continua scoperta. Tra i miei artisti preferiti non mancano sicuramente i Linkin Park, Yann Tiersen, Kendrick Lamar, Ennio Morricone, J.Cole, Sufjan Stevens, Mac De Marco, i Cigarette After Sex, i Gorillaz, Joe Hisaishi, Jay-Z.

FW: Quello che sorprende è la tua passione per la letteratura, elemento che è sempre presente nei tuoi testi. In quali autori o opere ti rivedi maggiormente, o che comunque sei più influenzato?
CC:
Su tutti mi rivedo molto in Kerouac e in Murakami. Il primo per il ritmo caotico e incessante dei momenti descritti, che condivido durante le mie giornate; il secondo perché, molto spesso, do agli oggetti e agli animali un valore metaforico, che li trasforma in medium capaci di traghettare l’ascoltatore da un senso all’altro, spiazzandolo.

FW: Portare la letteratura nel panorama rap non è facile: cosa ti ha spinto a farlo?
CC:
Sì, è molto difficile, data la prevalenza attuale della trap. Tuttavia, per me, la musica è una forma d’arte, oltre che il mio mezzo espressivo con più risonanza. Preferisco fare il lavoro più umile al mondo, piuttosto che condizionare la mia opportunità di espressione al fine di costruire un business.

FW: Se c’è un altro artista “letterato” è Murubutu, con cui avete collaborato in “I maestri, Pt. 2”. Com’è nato il tutto?
CC:
Ci ha messi in contatto un rapper che è anche un amico comune. Poi tutto il resto è avvenuto in maniera spontanea: alla fine della ricerca di un tema per il brano, quello relativo a personaggi e autori di vari romanzi si è dimostrato il più adatto. Il risultato, infatti, è stato molto soddisfacente, anche grazie alla strumentale dell’ottimo Gheesa (anch’egli siciliano).

FW: Farei un salto indietro: “A luce spenta avrai paura dei fantasmi, poi capirai che anche la luce è uno spettro”, il tuo primo album. Come è stato lavorare su un disco completo?
CC:
Non è stato facilissimo perché ero ancora giovanissimo e acerbo su diversi aspetti. Inoltre, il tutto è stato lavorato a Ragusa, con opportunità e mezzi ben diversi da quelli che ho a disposizione oggi. L’eredità che mi ha lasciato è la comprensione di come coordinare tutti i lati produttivi che portano ad un disco finito.

FW: Su alcuni pezzi noto diversi giochi di parole – banalmente, osservando solo i titoli, come in “Fiori del Mare”; cosa vuol dire per te scrivere un brano?
CC: Uso giochi di parole per dare un valore anche tecnico al brano. Tuttavia, ciò che è più in risalto nelle mie canzoni, è l’aspetto concettuale, quindi le due cose vanno mixate. Scrivere rap di senso profondo con un alto livello di tecnica, è, per quanto mi riguarda, la massima espressione di questo genere musicale.

FW: “Dei Comuni” è invece l’EP uscito lo scorso anno. Quanto sei legato a Ragusa e alla Sicilia?
CC:
Sono molto legato all’impostazione geografica di Ragusa e della Sicilia. Tuttavia, non sento troppo la mancanza degli affetti familiari, essendo cresciuto in un clima familiare caotico e disunito. Mi piace molto stare da solo o con la mia ragazza. Da piccolo, invece, amavo uscire di continuo con gli amici, forse perché andavamo a giocare a calcio o a parlare davanti a una birra, piuttosto che scrollare la home di Instagram senza nemmeno guardarci in faccia. In più, nella mia città d’origine, il pensiero di massa ha un’influenza dilagante e questo la rende invivibile agli occhi di chi ha interessi differenti dall’omologante ricerca spasmodica dell’estetica e dell’ostentazione di una ricchezza palesemente ereditaria, camuffata come frutto di sacrifici mai avvenuti.

FW: In quest’ultimo anno hai lanciato diversi singoli, l’ultimo è “Amari un po’”, molto diverso a tutto quello che hai prodotto. Perché questo tono più triste e leggero cambio di atmosfera?
CC:
In realtà le mie canzoni non sono mai state molto felici. Gli spunti per il brano sono sbocciati in un periodo no, vissuto un po’ di tempo fa. Non ho fatto altro che tradurre quelle sensazioni in musica.

FW: Ovviamente c’è una citazione verso Lucio Battisti, avendo lui scritto “Amarsi un po’”: quanto hai preso e appreso da lui? Come hai riversato la sua influenza in “Amari un po’”?
CC:
La citazione celebra la sua ricchezza artistica. Ho riversato questa frase nel mio flusso di parole come input per parlare di alcolismo e amore, iniziando con delicatezza. I due temi, infatti, nel corso del brano, sono descritti con intensità sempre maggiore, fino ad incrociarsi in un mood “tempestoso”. Sicuramente Battisti mi ha ricordato che si può comunicare in maniera speciale, partendo dalle vicissitudini di tutti i giorni.

FW: “Amari un po’” è un racconto vero di qualsiasi persona: due persone che, compiendo la stessa routine, perdono qualcosa ogni giorno fino a lasciarsi. Hai vissuto in primis la cosa? C’è un rimedio a ciò?
CC:
L’ho vissuta in passato, ora mi trovo bene. Credo, comunque, che la soluzione sia non dedicare la totalità della propria vita alle faccende quotidiane, lavorative o simili. Si lavora per poter vivere e non il contrario, dunque, ritagliarsi uno spazio dedicato alle proprie passioni, se possibile, colora un’esistenza grigia e costituisce qualcosa di cui parlare all’ora di cena. Nella società ultracompetitiva e ultradigitalizzata di oggi, è facile diventare una macchina.

FW: Che figura prende l’amaro e, più nello specifico l’alcol?
CC: L’alcol rappresenta lo sfogo. Dal ragazzino che vuole trasgredire i limiti imposti dai genitori, all’adulto che vuole dimenticare per qualche ora di stare facendo un lavoro che odia, in una città che odia, tra persone che non sopporta… Tutti passano da lì. Molte volte è pure un mezzo per fare cose di cui normalmente ci vergogniamo, ma che vogliamo fare lo stesso, magari protetti da una scusante.

FW: Un dolce pianoforte accompagna le tue parole: come ti sei trovato con Paolo Paone alla produzione e cosa significa fare rap su una base “classica”?
CC: Paolo si adatta molto velocemente ad ogni tipo di sound, avendo tanta esperienza alle spalle. Sul brano ci sono anche contaminazioni provenienti dal suo bagaglio culturale in materia di musica. Rappare sul pianoforte senza batteria è un esercizio difficile. Bisogna creare un metronomo col suono delle parole, metodo che necessita una grande conoscenza delle metriche e dello stare a tempo.

FW: Ci riserverai ancora qualcosa per questo 2019 o per il prossimo anno?
CC:
Un disco si avvicina. È molto particolare ed è pieno di parole, immagini e pensieri. Spero il pubblico sia ancora disposto ad ascoltare brani che fanno riflettere, anziché ballare o “flexare”, e che durano più di 2 minuti e 50. Che poi non ho nulla contro l’ondata di reggaeton e trap; penso solo che la musica funga da termometro culturale di un Paese. La diffusione uniforme dei generi modaioli che annichiliscono il valore dei testi, è il più chiaro riflesso della grandissima crisi culturale che sta vivendo l’Italia.


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