Covid-19, i morti non sono solo in carne ed ossa

Un pensiero primo va alle quasi 150mila vittime di virus ad oggi nel mondo.

In secondo luogo veniamo al punto, se domani finisse improvvisamente il lockdown, dove saresti? E poi cosa vorresti fare?

Ebbene è proprio questo il quesito fondamentale che vorrei portarvi sotto la lente, e in me il più ridondante negli ultimi giorni, poiché di risposte potrebbero esisterne di infinite, dalle necessità più basic ai desideri più lontani, ma credendo comunque  che ce ne sarà almeno una minima comune multipla che sarà proprio: tornare/andare nel posto “x” riabbracciando quella persona “y”. Ebbene in questo caso, i due coefficienti appena citati caratterizzano rispettivamente l’uno lo “spazio” e l’altro l’ “uomo”.

Nella storia evolutiva dell’uomo, dalla pietra fino ad arrivare alla democrazia, c’è un aspetto che più velocemente di altri si è protratto in avanti nel tempo ed è quello della società. L’uomo, che da prima individuo singolo, cresce d’intelletto e di coscienza e diventa gruppo, fino alla società dunque odierna che è quella moderna-contemporanea la quale si riconosce proprio nella definizione di “insieme organizzato d’individui”, ossia un concerto dunque di persone che si riuniscono per cooperare a un fine comune; come ad esempio potrebbe esserlo una società letteraria, una società artistica, una società scientifica e via dicendo. Ci sono voluti poco più di 2 milioni di anni (ed ecco una seconda volta apparire il fattore “x”, nonché inteso come valore spazio-temporale) e qualche migliaia di guerre mondiali con altrettante conseguenti vittime (fattore individuo “y”), affinché ad oggi voi possiate liberamente (e sottolineo liberamente, autocertificazioni ed esercito esclusi ndr.) entrare nel vostro caffè preferito a chiacchierare con la vostra amica del cuore ricordando l’ultimo Glastonbury. Ecco amici, perchè nel normale ordine di calendario quale gregoriano attualmente in vigore praticamente in tutto il mondo, l’ultimo Glastonbury sarebbe proprio quello 2019, ma si corre il vero pericolo che l’ultimo Glastonbury di turno, quest’anno sarà davvero l’ultimo Glastonbury.

Proprio così, perchè il festival inglese il suo 50° anniversario, almeno per quest’anno, non lo vedrà realizzarsi, quasi sicuramente slitterà al 2021, ma c’è la reale possibilità che festival di questo calibro cessino purtroppo di esistere; questo perchè aziende di questo livello hanno delle spese che crescono linearmente soprattutto stando fermi. Un risarcimento a tutte le anime che già avevano acquistato un biglietto, un blocco in toto di tutta la fabbrica organizzativa e di manovalanza che ruotava intorno a quella che per anni è stata la più bella fattoria del Regno Unito, che ospitava più di 200.000 persone (sempre soldout ndr), e che quest’anno invece lascia a piedi migliaia di lavoratori satelliti del festival, e con loro altre centinaia di famiglie che, grazie ai quei due pazzi di Michael & Emily, portavano a casa da mangiare.

The cancellation of this year’s Festival will no doubt come as a terrible blow to our incredible crew and volunteers who work so hard to make this event happen. There will also inevitably be severe financial implications as a result of this cancellation – not just for us, but also the Festival’s charity partners, suppliers, traders, local landowners and our community.

Ebbene amici, purtroppo di piccole Glastonbury ne è piena anche l’Italia.

La stessa Italia autoproclamatosi nella storia portatrice sana di cultura, e insieme agli ellenici, di democrazia; che purtroppo però sta lentamente morendo; redit: scomparendo. L’Italia sta purtroppo scomparendo:  si sta dissolvendo nell’illusione di se stessa, nell’illusione di una fiducia, troppo alta verso quelle istituzioni che a loro volta non ripagano di istituzionalità, autorevolezza e pragmatismo; nell’illusione dell’aggrapparsi ad un’autorità con fare deontologico a figure sacre e geni nostrani della storia del passato, nell’illusione dell’apparire in vetrina con fare cristiano vestito da “buon padre di famiglia”, che come è certamente scritto nella nostra Costituzione è anche certamente ovvio rendersi conto che il “tranquilli ragazzi andrà tutto bene” non è sufficiente. Che il problema venga recepito nel modo meno becero e ipocrita possibile, non solo strizzando l’occhio ad una es. vicina confindustria di turno, ma piuttosto andare a mettere dito e toccare con mano quell’insieme di persone che si regge su questa cazzo di fantomatica cultura e che si auto-sostiene, e sottolineo auto-sostiene, da sempre grazie proprio a quegli investimenti fondati su quegli stessi pilastri sopra ai quali noi, a nostra volta, siamo cresciuti e dai quali ci piace da impazzire continuare; invece di creare unicamente un illusorio paradosso atto soltanto ad accrescere sempre più tale dicotomia di pensiero.

La grande fetta dell’arte e della musica invisibile ai radar, oggi come sempre o forse anche di più, che non è composta solo dal trash dei talk-show incravattati e incipriàti costruiti ad hoc nei salotti televisivi, o dalle paillettes e dai lustrini monouso della notte dell’Ariston e dell’Eurovision; ma è una grandissima parte di esperti del settore (come noi e più di me, che sto scrivendo) i quali stessi contribuiscono ogni giorno della propria vita a mantenere attiva un macchina, intelligente ed aggregativa (e guarda un po’ chi si rivede la coppia “xy”, bentornati), che conta qualche centinaia di migliaia di lavoratori e introiti di qualche mln se non mld di euro; i quali, denaro e lavoro, a loro volta fanno si che i propri beneficiari, e parlo di artisti, musicisti, impiantisti, tecnici, fotografi, uffici stampa, grafici, designers, light-designers, fonici, roadies, managers, medias, smm, booking, e tutti noi che stiamo dalla parte della folla davanti ad un palco, su un prato vestiti bene, con una birra o dieci gintonic, con gli amici o con la ragazza davanti all’ennesimo merch a comprare l’ennesima tee dei Big Thief, e di tutte quelle persone e anime sensibili -che come me nella vita- della musica, da diritto, ne hanno fatto il proprio strumento culturale, hanno tutti quanti insieme l’obbligo morale ed economico di incastrarsi perfettamente tra loro, dando vita al proprio concerto di tessuto sociale.

Eppure, ancora una volta, tutto dall’alto continua a tacere, passa in sordina. Gli urli sordi di quelle direttrici e quei direttori di festival che scrivono post di addio sui social e appendono locandine “fallimento”, per tutti i promoters di eventi, ristoratori, albergatori, locali per eventi artistici e operatori del settore tutti, che chiudono battenti, e chi può cerca in qualche modo di rinviare forse ad un giudizio anche persino cosmico -pur di appendersi a qualcosa-, fino a data da destinarsi.

E intanto però corrono i mesi mentre gli ingranaggi di questa macchina si fanno sempre più duri, fino all’ultima goccia del poco lubrificante rimasto, per poi bloccarsi del tutto. Di bravi skippers all’orizzonte nemmeno l’ombra, e noi che intanto stiamo per schiantarci.

Mayday! Mayday! Torre di controllo chiedo aiuto!
Ma evidentemente in quella torre di controllo non c’è nessuno, e questo sarà solo l’ennesimo urlo d’aiuto sordo, in un deserto di gente, prima dell’impatto.

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