Cigarettes After Sex @ Alcatraz, Milano

Ci sono concerti e concerti, e fin qui direi che ci siamo. Quando sono arrivata all’Alcatraz per l’unica data italiana dei Cigarettes After Sex, promossa e prodotta da Humble Agency, sinceramente non sapevo bene cosa aspettarmi; ho ascoltato i due album sempre in solitaria, in quei viaggi notturni in cui non si arriva mai e in quelle situazioni in cui ti rigiri nel letto senza prendere sonno e l’idea di ascoltare le stesse canzoni in una sala piena di gente, un po’ mi turbava.

Quando gli hanno chiesto di raccontare il loro ultimo progetto Cry, Greg Gonzalez ha risposto che pensava a quell’album come se fosse un film, “un film girato in una location esotica, pieno di personaggi diversi e storie d’amore, bellezza e sensualità”. Ed effettivamente questo è successo. Alle 21 in punto si spengono le luci e iniziano a susseguirsi per mezz’ora spezzoni di video in bianco e nero, parole e frasi mischiate con ricordi di amori nostalgici e balconate che si aprono di fronte al mare, volti di donne e scene girate in macchina, con il rumore della pioggia di sottofondo e i sussurri del pubblico rispettoso che aspetta composto l’inizio del concerto.

atmosfera è diversissima da quella a cui sono abituata solitamente nei concerti a cui vado, c’è una tranquillità di base e una dolcezza percepibile che non viene spezzata neanche quando, puntualissimi, salgono sul palco i componenti della band: un po’ di fumo, un faro, Randall Miller, Jacob Tomsky e Josh Marcus si posizionano ai loro strumenti, Greg Gonzalez con la chitarra in mano si avvicina al microfono e inizia a cantare Opera House.

Se chiudi gli occhi e ti scordi di non aver premuto play, ti sembra di essere proprio in camera tua, non c’è una nota fuori posto, un accordo diverso, il disco viene riprodotto esattamente com’è pensato nel recording originale. E la cosa che davvero mi sorprende, è che è la scelta migliore che potessero fare. La voce di Greg si sposa benissimo alle onde del mare che vengono proiettate dietro di lui, il filtro bianco e nero si cala in tutto il palco e vieni cullato anche tu tra tutte quelle atmosfere oniriche e carezze spinose che arrivano tutte insieme quando la scaletta ti propone una dopo l’altra Nothing’s gonna Hurt You Baby, Sunzet, Touch e per chiudere in bellezza K, e il tuo cuore ormai è talmente straziato e ferito, che già nelle prime note di Heavenly ritrovi, per l’appunto, un paradiso dove rifugiarti.

Il concerto si chiude sulle note di Dreaming of you e quando si riaccendono le luci, mi sento in pace col mondo. Anche se effettivamente mi sono a malapena molleggiata sul posto, anche se la canzone che ho cantato più forte, è stata poco più di un sussurro, anche se la scenografia è rimasta minimale e non c’è stato nessun colpo di scena, io mi sento leggera come se in poco più di un’ora di puro e semplice live cantato, avessero trovato il modo di mettermi sotto sopra tutte le emozioni, e poi soprattutto fossero riusciti a riordinarle in un modo meticoloso.

Mi faccio strada nella sala ancora piena, pensando che effettivamente avevano ragione loro, che nonostante tutte le tristezze che raccontano nelle loro canzoni, nonostante gli amori non ricambiati, le partenze senza più i ritorni e le richieste non esaudite, le parole che erano incise sul palco prima che loro salissero a cantare, sono la verità più onesta che mi porto a casa dalla serata. Everything is wrong but it’s all right.

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