Il volto della UK capitolina: Lorenzo BITW

Presenza fissa tra i palinsesti Rinse FM, forgiatosi dai Nirvana ma approdato poi in tutt’altre circostanze, appassionato di fotografia, di Roma ma britannico per adozione: tra queste pagine, oggi è protagonista uno dei più importanti “manifesti” UK ma completamente tinto di tricolore – Lorenzo BITW è il perfetto esempio che potremmo trarre a considerazione di chi, con consapevolezza, professa una tradizione musicale certamente non autoctona alle proprie origine demografiche: l’Italia è stata piuttosto lenta nel recepire, almeno sui “grandi” palchi, tutta quella fenomenologia che nel regno di Sua Maestà spopolava nell’underground da almeno vent’anni prima – molto più lentamente di quanto sia successo con la Trap, ad esempio.
A tutti sarà capitato di imbattersi – per curiosità o casualità – in uno dei tanti storici cortometraggi dal profumo tipicamente ’90 dove a spadroneggiare erano baggy, sneakers dal basso profilo e soundsystems prepotenti, tanto prepotenti che a volte davano loro prova di forza tra i 130 e i 140 bpm, altre tra i 160 e i 180. Tuttavia, quella di Lorenzo, non è stata un’ascesa a suon di variopinto “copia-incolla” come invece testimoniano le carriere di infiniti altri ormai-un-po’-più che emergenti (e lo potremmo dire dell’elettronica, dell’indie e dell’indietronica). A partire da un colossale consolidato storico, la più importante considerazione che il generico addetto del settore dovrebbe fare (critico, artista stesso, giornalista, semplice appassionato) è se, nel prodotto musicale rintracciato, esista un implicito coefficiente di personalizzazione; quel “qualcosa” che lascia intuire un’effettiva presa di coscienza sulla macro-identità artistica esposta, a sua volta però contestualizzata tra la struttura di un background, una ricerca e una cultura assolutamente identitaria. 
Un po’ come la proposta di una ricetta culinaria: pur partendo dagli stessi ingredienti, quindi a parità delle condizioni di input, sono le conoscenze ad essere garanti di una costante differenziazione tra i risultati finali. Ecco perché Lorenzo, prima ancora che formidabile produttore, DJ o “semplice” conoscitore musicale; è un coraggioso, come sono coraggiosi molti che hanno preso piede solo negli ultimi anni e grazie ai quali ci siamo un po’ tutti svegliati da quel soporifero torpore che assoggettò la maggioranza almeno nel decennio precedente. Usciti infatti dall’era del minimalesimo e della fuffa strumentale, l’Italia grazie ai suoi protagonisti è diventata culla di un rinascimento elettronico (e non) di stupefacente caratura: al di là dei soliti alternativi improvvisati, un pubblico (non ci sbilanciamo a dire colto, ma…) sempre più curioso, incontra artisti che hanno un qualcosa da dire sempre più “attento-e-ponderato”, termine quest’ultimo a sottostare una rilevante componente culturale, non certo accademica, ma comunque pedagogica, significativa e di pregevole intrattenimento.

Ora certo, vi aspettereste che Feline Wood racconti di Tombura, Storm, Goo, 27 o dell’ultimo per Carl Brave x Franco 126, il che sarebbe una legittima aspettativa; potremmo infatti dirvi della confluenza di stili UK, a volte più grime, a volte più soul, a volte più da “basement”, a volte più overground; continueremmo nel sostenere anche l’adiacenza di queste influenze a dimensioni più strumentali, a corde per la maggiore; di quanto l’attitudine bass sia elevata al suo massimo potenziale rispettando sempre i canoni di un’estetica che sia percepibile tale da un ascoltatore già più o meno “preparato”…ma non è questo il caso.
Non è comune un tale atteggiamento astensionista da parte di una webzine musicale, per quanto piccola essa sia – eppure questo è proprio quello che serve in alcune occasioni. Lorenzo è capace di proporre un tale ventaglio di sonorità (restando fermi i presupposti “matriciali” di cui detto) che qualunque giudizio di genere rischierebbe di porsi o come limitante, o peggio ancora come discordante.

Non è solo una questione di gusti, preferenze o suggestioni; prima di tutto è uno sforzo di lettura tra gli schemi, una parafrasi del nucleo che poi si estende ad ogni elemento di contesto: la music a marchio BITW è un’esperienza che ricama tra loro i modelli della dancehall a quelli della grime sotto l’ideale di un’omogeneità d’intenti ed espressioni, come una forma coerente a se stessa ma mai uguale a se stessa; ripetersi significherebbe tradire una sostanzialità su cui invece tutto il progetto radica i suoi presupposti, quelli della diversità, della formula preesistente che si ricalibra per porsi a servizio di una nuova.
Si prendano Goo e Storm ad esempio, la linea rossa è tracciata da cassa, microfono e rullante, tutta la strumentale emergente invece è servizio di quella metafora del divenire giust’appunto citata. Ancora diverso il discorso per 27, track che si è vista costruire sopra di sé una dialettica musicale decisamente più chill e ambient, certamente anche per effetto dell’arpeggio acustico. Se poi preferiamo tornare alle suole incalzanti e alle braccia concitate basta mettere in play il remix di OKW3 e se vogliamo mantenerci sulla linea metropolitana però più smussata basta riflettere su quanto arrangiato in fase di produzione in Lips and Bones. Nuovamente, il vostro mood è più ginga-carnevalesco? allora passiamo a ritroso di due anni, ai tempi della pubblicazione di Tombura
Lorenzo ha l’offerta per tutto, sia che sembri Sambodromo, un prato aperto o uno scantinato a luce soffuse; come la verità rimane verità e la ricerca rimane ricerca, BITW rimane BITW.

Vedo gente, faccio cose.

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