La Casa di Carta 3: un meraviglioso inutile seguito

Vi ricordate quando, un anno fa, mi ero soffermato con una lunga analisi su “La Casa di Carta”? Sì, proprio quella che spalava critiche su critiche tant’è che pure i miei amici mi etichettarono così tanto come un “hater” della serie che non si poteva più parlarne col sottoscritto. Bene, sono pronto a fare un annuncio: la terza stagione è piaciuta.

Sì, ma con qualche nota dolente. Ovviamente.

Partiamo ovviamente dai punti positivi: sottolineando che questa stagione non aveva alcun senso di esistere, la storia sembra finalmente procedere con un senso logico e non con come una soap opera, anche se questo elemento rimane comunque tremendamente presente – e dovevamo aspettarcelo da gente spagnola. Il tutto ruota attorno a un piano costruito cinque anni prima della rapina della Zecca di Stato (quindi ben sette dagli eventi narrati oggi), studiato da Berlino e da Martín, quello che poi diventerà Palermo, per colpire il Banco de España di Madrid.

Il continuo alternarsi dei flashback del Professore – che ricordiamo essere il fratello di Berlino – rendono tutto molto più intrigante, conoscendo ora tutti i legami che ci sono tra la banda e che l’obiettivo è quello di recuperare Rio, segregato e torturato non si sa dove. Ma quello che risalta di più il tutto è il miglioramento tecnico delle inquadrature e delle scene – e sì, grazie al cazzo perché Netflix ha prodotto la stagione, quando prima se n’era occupata Antena 3.

C’è anche una miglioria nella caratterizzazione dei personaggi: sebbene non si potessero stravolgere tante cose, alcuni dettagli sono apprezzabili; come Helsinki che non era così tanto protagonista nelle altre due (anzi, una) stagioni, o Monica (pardon, Stoccolma) che è ben diversa grazie ai due anni in giro per il mondo con Denver, anche lui più maturo anche se rimane impulsivo. E poi ci sono dei villain che meritano tale appellativo: Alicia Sierra è ben di tutt’altra pasta rispetto a Raquel, così come Luís Tamajo; entrambi sono tosti, mica si fanno abbindolare come dei professionisti alle prime armi. Anche l’introduzione di nuovi membri è servita: Palermo e Bogotà sanno il fatto loro, conoscono il settore e le rapine.

Eppure c’è qualcosa che non funziona comunque, a cominciare dal pretesto dell’inizio della nuova storia. Per me Tokyo rimane il personaggio più inutile di tutta la serie e il peggio caratterizzato, e anche nella Terza si nota tutto ciò; ancora una volta, per un suo capriccio e con Rio che la segue a occhi chiusi, la situazione degenera. Chi non l’avrebbe mai detto…

Inoltre ci sono cose assurde: come il passaggio coi dirigibili radiocomandati sopra Madrid (e mi chiedo come la Polizia non abbia scoperto da dove venissero, o rintracciare qualche pista che portasse alla banda) o che Rio decida di piantare in asso Tokyo proprio durante la rapina; c’è Arturo, che praticamente è lì senza un senso logico e sarebbe da prendere sempre a schiaffi, e questa battaglia contro il sistema che ha realmente rotto le scatole, con adolescenti urlanti sui social con le citazioni di Nairobi & Co. contro la politica di oggi.

C’è una cosa che ho capito: “La Casa di Carta” piace perché il male vince sul bene. Poco importa se esistono buchi di trama o azioni che nemmeno una persona con problemi mentali farebbe, basta sapere come procederà la rapina. E forse è su questo che si deve focalizzare la serie, senza perdersi in intrecci amorosi: con un finale davvero pazzesco, speriamo le che la quarta (e ultima) stagione dia quella giusta rivincita rispetto alle prime due. Però rimane quella sensazione che ciò che stiamo vedendo sia completamente inutile.

¡Hasta luego!

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