Perché Black Mirror: Bandersnatch è un’occasione persa da Netflix?

Colui che sta scrivendo questo articolo ha davvero amato la genialità della serie Black Mirror di raccontare scenari e tecnologie future ma focalizzati su problemi attuali. Sebbene le ultime due stagioni le abbia meno apprezzate, ero in attesa dell’uscita di Bandersnatch, il film interattivo e annunciato da diverso tempo. Un’altra magia targata Netflix, che ha deciso di spingere oltre al normale intrattenimento.

Con colpevole ritardo, mi sono immerso nella visione due giorni dopo l’uscita del lungometraggio, sentendo pareri discordanti. Non mi son certo fatto influenzare, prendendo tutto il tempo per visionare e capire questo Black Mirror: Bandersnatch.

La trama è abbastanza semplice: Stefan Butler è un ragazzo che sogna di progettare un innovativo videogioco basato sul gamebook “Bandersnatch” in cui ogni scelta ci porta a uno sviluppo diverso della storia. Il 19enne si presenta alla Tuckersoft che, dalla sua parte, ha l’eccezionale programmatore Colin Ritman. Si scopre che Stefan ha perso la madre da piccolo in un incidente ferroviario e che si sottopone a delle sedute da una psicoanalista, oltre a prendere farmaci.

Quello che c’importa di più non è tanto la storia – anzi, in buona parte dovrebbe esserlo – ma il fatto che possiamo scegliere noi la direzione che prenderà. O almeno è quello che crediamo, dato che ogni finale non sarà certamente positivo e che, in realtà, ogni scelta diventa del tutto indifferente, con il narratore che ci porta al tipo di finale che vuole lui.

Quello che vuole dirci Black Mirror: Bandersnatch è che abbiamo la sensazione di avere il controllo della vita e delle azioni di Stefan – tra l’altro, interpretazione ottima quella di Fionn Whiteheadma non è affatto così perché a decidere il finale è la storia stessa. Molte azioni vengono ripetute e ci continuano a dare questa sensazione, finché non è lo stesso film a dirci in maniera plateale che quel che facciamo non serve a una beata pippa.

Netflix ha completamente toppato in ciò. L’interpretazione di ogni puntata di Black Mirror sta allo spettatore, sebbene di prima facciata sembra chiaro il messaggio ma con un secondo livello ancor più profondo che solo noi dobbiamo cercare e dare un significato. In Bandersnatch è diverso, imponendo fin troppo il loro pensiero e rendendo l’interattività una cosa assolutamente banale: anche se non ci fosse stata, non sarebbe cambiato nulla. Invece, il messaggio poteva essere veicolato in maniera differente, magari tenendo proprio diversi finali negativi o di rivelare al protagonista che noi decidiamo per lui su Netflix, ma siamo continuamente distratti da una narrazione che non ha mai un sussulto o un solo climax.

Se si voleva rendere lo spettatore protagonista, la strada della presa in giro è assolutamente sbagliata. Bisogna coinvolgerlo più nel profondo e trasformarlo in un vero sceneggiatore. Non c’è una riflessione vera, non c’è uno sbocco per una discussione. Un divertimento che non diverte, una novità che non innova, già vista in molti videogiochi che hanno la stessa struttura di Bandersnatch – quella della falsa scelta libera come in “Life Is Strange” – però capaci di concentrarci sulla storia e su cosa ci vuole lasciare alla fine.

Peccato cara Netflix, forse questo è stato solo un modo di farci pubblicità e nient’altro. Eppure c’era davvero l’occasione di reinventarsi e di essere originali. L’unica morale è: meglio guardarsi un film senza decidere nulla, almeno quello te lo godi in santa pace.

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