Shabaka Hutchings & The Ancestors – We Are Sent Here By History

8 Giovanni Bruno
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È la prima fiamma che porterà all’incendio. Siamo ad un punto di non ritorno, e l’unico modo di cui disponiamo per continuare a procedere è confrontandoci fra di noi più spesso, così da assumere diverse prospettive. La gente crede che la storia sia limitata. La storia invece è qualcosa che va esplorata costantemente, che necessita di essere messa alla prova e poi ‘incendiata’, così da smetterla di fare sempre gli stessi errori. (Intervista a The Guardian, 10 marzo 2020)

La fine è vicina per Shabaka. Certo, forse non è il momento per parlarne in questi termini, ma va capito che la fine di cui egli parla è un processo socio-culturale necessario, una fase reclamata dalla storia per rigenerarsi come araba fenice e realizzarsi nuovamente e migliorata dalle proprie ceneri, partendo dai propri tragici sbagli e transizioni di forma. “Per cambiare, c’è bisogno di concludere ciò che vogliamo cambiare”. È un messaggio complesso, doloroso, ma chiaro: chiudere un capitolo, quasi un’era culturale, anche se per farlo dobbiamo ricorrere ad una esplosione. Per progredire, realizzarci nel nuovo chiudendo definitivamente il vecchio.

Del nuovo Shabaka Hutchings è promotore e visionario all’interno della scena nu jazz britannica, una scena che colora la tradizione del genere con elettronica, tribe, drum & bass sino all’improvvisazione più indigena ed aggressiva. Leader dei Sons of Kemet e membro del meraviglioso progetto The Comet is Coming, il sassofonista e clarinettista inglese ha da poco pubblicato la seconda creazione del progetto Shabaka Hutchings & The Ancestors, We Are sent Here by History (prodotto dalla Impulse! Records, storica etichetta per la quale ha registrato anche con i suoi due gruppi in altre occasioni). Registrato lontano dall’Inghilterra bensì in Sud Africa, Città del Capo e Johannesburg per l’esattezza, l’album succede l’afro-futurista Wisdom of the Elders (2016, Brownswood Recordings). Laddove il primo album ci ragguagliava sul forte rischio di un collasso societario, il secondo decide di proclamarlo sottoforma di poema sonoro.

Il concetto di fine viene esplorato in tutti i pezzi registrati, come se fosse un inno alla fine dei tempi ed alle possibilità di ricostruzione che si nascondono dietro tale fine. L’album, come riflessione sulle rovine della nostra specie, si poggia sul supporto musicale del sestetto sudafricano The Ancestors, i quali assicurano un’energia ritmica asfissiante, tribale e spiritica, fondata su percussioni, fiati e vocalizzazioni che ci fanno sentire rincorsi, pedinati da un instancabile cacciatore che velocizza il passo al passare del tempo, avvicinandosi sempre più. La collaborazione con il poeta Siyabonga Mthembu ha assicurato poi alle undici tracce del disco un racconto poetico passionale sottoforma di spoken word atto a raccontare le relazioni sociali fra pari, il nostro rapporto con il pianeta e con il concetto di mascolinità. Quest’ultimo argomento è ampiamente approfondito nell’album in quanto necessitante secondo l’autore di una nuova narrazione, come direttamente raccontato nella traccia We Will Work (On Redefining Manhood): “A man doesn’t cry/a man doesn’t grieve […] We will work/ on manhood

Sono cresciuto soltanto con mia mamma, figlio unico come lei d’altronde. Non ho avuto quindi esempi chiari su cosa volesse dire essere uomo, quindi lo sono semplicemente diventato.  Quando però ci si ritrova a descrivere l’odierna ossessione al classismo ed all’identità nazionale, è chiaro il riferimento ad una crisi del concetto di mascolinità. Tipicamente l’uomo non può essere vulnerabile, ed esso come self-made man non può possedere esempi da cui poter imparare. Nelle musiche e nei testi del disco sottolineo quindi questa chiave di lettura.

Il profetico Shabaka ed i suoi collaboratori costruiscono un album complesso e folto di significati, proteso ideologicamente verso la riconsiderazione del nostro ruolo sul pianeta distruttivo ed al contempo costruttivo, e concretizzatosi in un opera pregna della nuova narrativa jazz del nostro decennio. Insieme ad altri rappresentanti del genere e del nuovo movimento poetico-musicale, quali ad esempio Joe Armon-Jones, Moses Boyd, Kamasi Whasington, Tenderlonious e Nubya Garcia, Shabaka si conferma padre spirituale di una ideologia articolata, che tramite la musica punta decisa a sconvolgere le definizioni culturali tradizionali verso nuovi lidi di significato.

Il 26 luglio Shabaka e la band porteranno musica e parole gratuitamente a Locorotondo (BA), in occasione del Locus Festival.

 

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