“Aporia” è il secondo prodigio di Sufjan Stevens & Lowell Brams


Aporia” è l’ultimo album di Sufjan Stevens, il secondo in collaborazione con Lowell Brams, proprio quel Lowell di “Carrie & Lowell” nonché patrigno, e forse anche qualcosa di più, di Sufjan.

Partiamo da lontano:
Era il 2015 quando, per l’etichetta Asthmatic Kitty usciva Carrie & Lowell. Un album problematico scritto e prodotto per quella stessa etichetta messa in piedi da Stevens e Lowell. Un lavoro di rara sensibilità artistica, frutto del dolore della perdita di Carrie, madre di Sufjan; lo stesso dolore che l’artista newyorkese si trascina fin da bambino, frutto del suo distante e difficile rapporto con la madre, sicuramente non, quest’ultimo, tra i più sereni e “normie” possibile. Un album totalmente personale ed introspettivo, impossibile da recensire proprio perché suonato da un unico strumento quello del dolore e scritto e cantato con le uniche parole quelle dell’amore di un figlio verso la propria madre, anche se lontana

Somewhere in the desert there’s a forest

And an acre before us

But I don’t know where to begin

recensirlo secondo il mio gusto sarebbe un po’ come apprendere le caratteristiche letterarie di un diario privato, sfogliarne l’album fotografico di una vita all’interno e criticarne la messa a fuoco degli scatti: si commetterebbe un errore madornale . Un album, “Carrie & Lowell” insomma, che avrebbe potuto suonare più semplicisticamente- e forse anche nel modo più razionale, se non giusto possibile- di cupo e sdolcinato, ma che invece passando per le mani si Stevens ne esce un qualcosa di rara bellezza.

L’8 dicembre 2009 usciva invece “Music for Insomnia“, il primo lavoro di collaborazione Brams – Stevens.

Lowell Brams è cresciuto tra West Alexandria e Dayton, Ohio. Incontrò Sufjan Stevens a Detroit, nel Michigan, nel 1976, ma Sufjan allora aveva undici mesi e non si sarebbe ricordato nulla di quell’incontro. Dopo che Lowell e la madre di Sufjan si sposarono, i due si rincontrarono di nuovo nel 1980, questa volta a Eugene, in Oregon. Da allora nacque una vera e propria amicizia figlio-patrigno e, nel 1998, fondarono insieme la label Asthmatic Kitty. A quel tempo erano entrambi insonni e così Sufian suggerì a Lowell il titolo dell’album appunto “Music for Insomnia“. Il disco si presentava tetro ma allo stesso tempo profondo come un abbisso effetto, questo, dei mille synth usati nella produzione (Harmonium, Little Casio, Little Korg, Big Prophet, Prepared Piano, Unprepared Piano) e chitarre acustiche ed elettriche affidate alla sapiente maestranza di Bryce Dessner, anch’esso polistrumentista di Cincinnati, Ohio, nonché noto ai più come membro fondatore dei National.

Adesso, è proprio tutto questo spaccato negli anni che fa da filo conduttore tra il primo periodo folk-cantautorale e solista di Sufjan fino ad oggi.

È un lavoro, quello di “Aporia“, autoproclamatosi new-wave. Il termine aporia, è un termine greco che significa l’impossibilità di dare una risposta precisa ad un problema, poiché ci si trovava di fronte a due soluzioni che, per quanto opposte, sembravano entrambe valide. In altri termini una contraddizione che sembra impossibile risolversi. Ma, personalmente, mi piace darvi anche l’altro significato di aporia che è quella di una farfalla, della famiglia dei Pieridi, dal corpo nero e le ali bianche, trasparenti, dannosa a varie piante da frutto perché depone le proprie uova sulle loro foglie, di cui poi si ciberanno le larve che ne escono. Anche questo un bellissimo paradosso di causa-effetto, contraddittorio come lo sono la vita e la morte.

L’album: Aporia nasce -autoproclamatosi- new wave, ma forse è fin troppo banale e semplicistico se non generico collocarlo in un calderone così grande di roba (è new wave anche Battiato).

Aporia è un viaggio.

È la soundtrack originale di un film. È elettronica (una volta un mio amico di facebook scrisse “la musica elettronica non l’ho imparata nelle discoteche, ma al cinema”). Ebbene è proprio di questo che si parla. Si parte da “Ausia“, primo brano, si è ancora a terra e forse anche molto più in basso della linea di calpestio, si è nelle viscere della terra, il pezzo è un prologo cupo che si risolve man mano che ci si stacca dal terreno, più precisamente intorno al minuto 1.30 quando, insieme alla navicella pilotata da Sufjan e Lowell, partono anche le drum machine. “What It Takes” e “Disinheritance“, due brani corti che potrebbero quasi fondersi in un unico pezzo, qui ora stiamo uscendo dall’atmosfera terrestre, è un brano ghiacciato. Il tempo incomincia a dilatarsi, l’onda del synth si allunga e nel frattempo si strizza un occhio a Jon Hopkins e Jhon Carpenter lungo il viaggio. Il percorso cosi si evolve: da pesanti macchinazioni a delicata persuasione, fino a “The Runaround“, primo singolo estratto dell’album, uscito lo scorso febbraio comprensivo di official video, che ritrae dei black riders vestiti di air max e calzoni di spugna cavalcare ognuno il proprio mezzo, il tutto in pieno stile trap quasi come un videoclip da ghetto on the road di Trevis Scott. Lo universe trip continua mutevole, cambiano i paesaggi e cambiano i suoni, il tutto però perfettamente confezionato in un tempo che, pur sembrando fermo o infinitamente dilatato quasi in down, scocca melodico. Un vecchio metronomo vintage, analogico con i bpm tarati al minimo. Da “Captain Praxis” l’album si risolve, è quello che i cinefili e i registi chiamano “la svolta”.

Si torna a casa.

Aporia dunque è un punto di arrivo di Sufjan e Lowell (forse Lowell andrà via dalle redini della Asthmatic Kitty (?)); ma che allo stesso tempo ha il sapore di prologo, un nuovo percorso stilistico di Sufjan? Non lo sappiamo, ma quel che certamente è chiaro è che l’ultimo prodigio di casa Stevens è un LP oscuro ma dal timing stirato, che forse non ci regala immediatamente la risposta ma, ci pone tutto il tempo per cercarla. Da soli, durante un viaggio dal carattere new ambient.

 

 

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