Calcutta – Evergreen

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Dario Hübner ha caratterizzato l’infanzia di molti di noi. La sua storia di bomber di provincia lontano dagli eccessi e dal lusso sfrenato dei colleghi, quella di uomo più simile ai nostri genitori che alle super star ci ha attirato sin da subito, fornendoci un idolo da imitare almeno da ragazzini. A questa vita lontano dai riflettori Hübner affiancava il fiuto per il gol che lo ha portato sul trono del Capocannoniere del campionato in 3 categorie diverse. Il triestino non ha mai “deragliato”, restando fedele ai suoi valori ed ideali, come la cura per gli affetti, cosa che lo ha portato ad abbandonare il mondo del calcio.

A questo si riferisce Calcutta quando in “Hübner” dice:

In questo mondo che
Pieno di lacrime
Io certo volte dovrei fare come Dario Hübner
E non lasciarti a casa mai a consumare le unghie

Anche Calcutta non è mai cambiato. Il latinense è rimasto quello degli inizi; istrionico nella sua riservatezza, come quando scende dal palco senza proferire parola, enigmatico e sfuggente. Edoardo è rimasto lo stesso ragazzo di “Fuori…” e “Mainstream“.

Evergreen è il suo terzo album e probabilmente sarà quello della consacrazione, almeno dal nostro punto di vista. Suonare rende musicisti migliori, questo è poco ma sicuro. Questo “concetto” è racchiuso alla perfezione in Evergreen ed infatti si sente la differenza tra questo lavoro e i precedenti soprattutto dal punto di vista compositivo. Se Mainstream arrivava diretto a tutti, questo album impiega un po’ di tempo in più. Ci sono tracce più complesse ma belle davvero, come Hübner o Paracetamolo, tracce più “spensierate”, come Orgasmo, anche una strumentale, Dateo. Questa diversità fa sì che l’album, a differenza dei precedenti, richieda più di un ascolto per catturarci, ma già dopo un primo ascolto, sommario, si capisce che c’è dell’ottimo contenuto.

Sono già state fatte delle critiche ai testi, “troppo frivoli”. Ma davvero ha senso tutto ciò? Calcutta si è mai imposto come nuovo De André o Dalla? A noi non risulta. Se c’è una carenza di contenuti rispetto ai brani più datati – cosa che noi non abbiamo notato – la musicalità ha sopperito a questa. 3 anni fa una Paracetamolo non sarebbe stata nelle corde dell’artista, sicuro. Così come ora non è nelle sue corde una “Cosa mi manchi a fare“, ed è assolutamente giusto così.

C’è semplicemente stato un cambiamento nel modo di scrivere i testi oltre che le canzoni. Cambiamento dovuto al fatto che non c’è un “Calcutta” e un “Edoardo D’Erme”; le due realtà vanno a braccetto, sono la stessa identica cosa. Non è mai stata fatta distinzione, né da lui né dai suoi fans più longevi, tra sfera pubblica e privata. Non è quindi possibile scindere le cose ed è normale che le sensazioni, gli avvenimenti, le dinamiche della vita di Edoardo trovino voce nelle canzoni che scrive sotto lo pseudonimo di Calcutta.

Ti ricordi?
Andavamo a passeggiare nei ricordi
Come non ho fatto più
E non è vero che mai ti mancherà
Il mio sguardo da lontano e le luci di città, ah, ah

In Briciole si nota subito un cambiamento. L’amore, che una volta era più spensierato, ora è più nostalgico. Se in Mainstream vi erano speranza e spensieratezza, oggi si da spazio al rammarico, ai rimorsi, alle mancanze. E questo porta inevitabilmente ad altre melodie ed armonie, quelle che compongono questo capolavoro che è Evergreen.

In questi 3 anni di “pausa”, in cui sono state fatte molte, troppe speculazioni sulla carriera del cantante di Latina, sono uscite tante copie che hanno avuto anche un discreto successo, vuoi per carenza di altro, vuoi per talento. Tre anni in cui ci siamo lasciati cullare da artisti indie o presunti tali; tre anni in cui ci siamo assolutamente divertiti. Ora però si torna a fare sul serio e non ce n’è per nessuno, spostatevi, Calcutta è tornato.

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