Coez – È sempre bello

Partiamo dal 29 marzo 2019: stavo tornando a casa, pronto a godermi il pranzo post-Università alle tre del pomeriggio, quando ho iniziato a scambiare due chiacchere via messaggio con Pigi Imperatori – che, per chi non lo sapesse, scrive proprio su queste pagine – in merito al nuovo album di Coez che non avevo ancora ascoltato. A Pigi proprio non era piaciuto, e io ero pronto a ribattere con il mio parere che sarebbe arrivato da lì a qualche ora; invece, devo confermare che “È sempre bello”, in realtà, è proprio brutto.

Cosa c’è che non va in “È sempre bello”? Praticamente tutto o, più nello specifico, che le dieci tracce sono una rielaborazione di “Faccio un casino”, un successo due anni fa perché lanciato nel momento esatto in cui stava scoppiando l’indie e l’itpop – “Mainstream” di Calcutta uscì a fine 2016, bei tempi – e riunire i suoni tipici di quel cantautorato indipendente al rap non l’aveva fatto (quasi) nessuno.

Siamo nel 2019 e tutti, me compreso, si aspettano un’evoluzione della musica di Coez, soprattutto dopo le tante promesse lanciate da Silvano attraverso le interviste e il proprio profilo Instagram sul fatto che l’album sarebbe stato completamente diverso, più maturo. In più, tutto il casino mediatico fatto di conti alla rovescia grandi quanto palazzi e i manifesti in giro per Roma hanno alzato non troppo le aspettative.

“È sempre bello” – stavolta il singolo – è uscito a inizio anno, prodotto assieme a Niccolò Contessa de I Cani, che ha dato le basi dei successi di “Faccio un casino” e “La musica non c’è” oltre a gran parte dei brani presenti in “Faccio un casino”; era dunque intuibile che il nuovo album fosse direzionato su tale strada, consci anche del fatto che “È sempre bello” era così troppo vicino per struttura a “La musica non c’è”. Non è un male perché confermare le collaborazioni è sempre più difficile, e infatti il pop di questo disco è riconoscibile, è facile condurlo a Coez. Ma ha stancato.

Quella che è stata la prima sensazione all’ascolto è l’assenza di rischio, di cavalcare il successo con qualcosa di veramente diverso, nuovo, fuori dagli schemi. Dai grandi artisti è ciò che normalmente ci si aspetta, e forse ci fa capire che Coez non è tutto questo granché, altrimenti non sarebbe sbucato nel panorama mainstream dopo dieci anni di gavetta – senza nulla togliere ai primi tre album, che comunque son ben superiori a “Faccio un casino”.

Non è solo un problema di paragone tra il vecchio e il nuovo: nel mentre, Coez è stato ben impegnato in diverse collaborazioni – Carl Brave, Madman, Noyz Narcos, Gemitaiz, Salmo, Cor Veleno, Frenetik&Orang3 – che potrebbero averlo arricchito; poi parte “Fuori di me” (o “Gratis”, son la stessa cosa) e capisci che “Migliore di me” ha cambiato solamente titolo giusto per raggiungere dieci tracce.

Mi dicono sempre che ciò che è collaudato va sempre bene, ed effettivamente Coez va sul sentiero giusto, coi fan elettrizzati da “Catene” o “La tua canzone” fatte sempre di quella grammatica coeziana che nulla ha a che vedere con il rap, fatte più di lentezza, effetti chic e semplici parole carine che lanciano qua e là della finta nostalgia d’amore. Tutto smielato, tutto banale.

“È sempre bello” è completamente piatto, assente di picchi ma con qualche fondo – “Ninna nanna” pare essere registrata in una notte alcolica post concerto – e un coraggio mancato. “Faccio un casino” ha funzionato ai tempi della sua uscita, ma siamo nel 2019 e la gente si è già stancata dell’indie – almeno quella che ne ha decretato il successo inizialmente – e quello che Coez ci (ri)propone non può andare bene anche oggi.

Il disco sarà un successo estivo (lo è già) a non per contenuti o per novità: Coez ha avuto paura di tuffarsi in qualcosa di nuovo. Un peccato, perché ha pensato più a rimanere ai vertici della classifica piuttosto che colpire al petto con la freschezza.

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