IDLES – Joy as an Act of Resistance.

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Joy As An Act Of Resistance. ha debuttato al 5° posto tra i dischi più popolari in UK. Solo un anno e mezzo fa gli IDLES pubblicavano il loro primo LP, Brutalism. Non è tanto la parabola a strabiliare quanto il fatto che questa sia stata possibile malgrado il genere dei cinque da Bristol sia poco commerciale per definizione. Eppure, non riesco ad esserne del tutto sorpreso.

Gli IDLES, pur senza stravolgere gli stilemi del genere, riescono ad essere ugualmente trasversali, capaci come sono di unire gli spigoli del post-hardcore a melodie che riescono a far presa immediata, anche grazie agli “slogan” tipici del punk (con il senso di appartenenza che si sprigiona nei live come naturale conseguenza) e i riferimenti nei testi che si sviluppano dalla cultura pop (su “I kissed a boy and I liked it” sono caduto sulla sedia, ma c’è addirittura spazio per Dirty Dancing in Love Song) allo sport alla politica, ovviamente. Riferimenti che rendono gli IDLES un gruppo particolarmente geolocalizzato eppure estremamente fruibile anche da chi è digiuno di universo oltremanica (e poi c’è sempre Genius). Senza infine dimenticare l’estetica, evidentemente mai casuale (sebbene in Television il gruppo si erga a paladino della non-conformazione): sfido a non immaginare come plausibile un’ipotetica campagna Urban Outfitters x IDLES. E poi, la musica.

L’attacco di Joy As An Act of Resistance, ricalca, letteralmente, quello di Viet Cong, pietra angolare della musica anni ’10 , salvo poi divincolarsi su altri binari, momenti di (auto)ironia, sarcasmo, satira, ribellione, e versi che potrebbero essere presi in considerazione come manifesto di qualche sinistra oggi spuntata.

Fear leads to panic, panic leads to pain
Pain leads to anger, anger leads to hate

Con i loro brani gli IDLES cercano di colpire quegli atteggiamenti che continuano ad avvelenare le menti ancora nel 2018, xenofobia e machismo in primis. Ma in questo disco trova spazio anche un brano profondamente personale, June: una litania sull’accettazione della rabbia, del dolore, in questo caso legati alla prematura perdita di una figlia. Un brano evidentemente lontano dai territori che i Nostri sono soliti affrontare (virando verso gli Have A Nice Life), una sorta di intruso che spezza letteralmente in due il disco, eppure episodio che nella sua drammaticità cela tutti i pregi di questo gruppo, in grado di far coesistere in egual misura temi sociali e riferimenti personali, il tutto condito da una batteria martellante nel suo incedere, chitarre stridenti, bassline ossessive e la voce di Talbot in equilibrio tra melodia e rabbia.

Joy as an Act of Resistance. non è tuttavia perfetto, nella parte finale si trovano i brani meno incisivi e in qualche modo meno ispirati che sebbene tendano a levigarne l’impatto fulminante non inficiano il giudizio (hanno semmai l’effetto di aumentare la voglia di ricominciare dall’inizio).  In attesa di rivederli in Italia dal vivo (saranno a Milano nel mese di novembre):

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