Kllo – Maybe We Could

8 Luca Basso
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Attendevo davvero con piacere l’uscita di “Maybe We Could”, il secondo album del duo australiano Kllo, formato dai cugini Chloe Kaul e Simon Lam. Pochi li conoscono ma si tratta di una delle gemme preziose di Ghostly International (Gold Panda, Shigeto, Com Truise e, qualche anno fa, Tycho), capace di raccogliere a sé molta freschezza nel campo della musica elettronica.

La mia vicinanza ai Kllo arrivò con “Backwater”, uscito nel 2017: si trattava del loro primo lavoro sulla lunga distanza, arrivato dopo l’EP “Well Worn” e un tour mondiale che gli aveva aperti a un pubblico più vasto ma con la nostalgia della loro Melbourne nel cuore. Proprio questo senso di mancanza si è riflettuto sul disco, diventando una particolare firma dei due a distanza di tempo; un peccato invece che molti non l’abbiano capito appieno, limitandosi a commentare con brevi “recensioni” dove si osservano i limiti vocali (?) di Chloe e testi poco “ricercati”.

“Maybe We Could” è la naturale evoluzione di “Backwater”, arrivato dopo un periodo in cui si erano divisi per provare un percorso solista e con la calma di non essere in giro per il mondo. “Still Here” è stato il primo singolo estratto ad anticipare l’uscita dell’album (rilasciato a luglio) nel pieno della quarantena COVID-19 e, proprio a un periodo forzato a rimanere rinchiusi in casa, si adatta pienamente. Ritorna quella malinconia raccontata con dolcezza dalla voce di Chloe, capace di immergersi nelle emozioni dell’amore con, in sottofondo, gli elementi sound ed electro pop di Simon.

Proprio l’amore è il sentimento cardine di “Maybe We Could”: banale, certo, ma inzuppato in una relazione ormai terminata ma con la rabbia e lo sconforto lasciati da parte quando, piuttosto, c’è invece una riflessione su quanto vissuto e su quanto verrà. Si rimane in sospeso con brani quali “Somehow” e “Maybe We Could”, ci si getta nelle profondità con “My Gemini” fino a raggiungere un momento di stallo con “A Mirror”, questa la traccia più lunga dell’album e arricchita di sonorità che mi hanno molto ricordato “I See You” degli xx. Piacevole sorpresa invece “Ironhand”, che si apre in punta di piedi con un pianoforte soave per poi condensarsi con l’elettronica.

Sorprende come un viaggio di dieci tracce, dalla durata totale di mezz’ora, passi con velocità, come un sogno ad occhi aperti mentre siamo rinchiusi dalle distrazioni esterne. Una maturità (quasi) raggiunta dai Kllo che si riflette anche nelle grafiche, dove riprendono un po’ quegli anni ’90 che li fanno sentire più vecchi, ma senza dimenticare che siamo nel 2020 con la freschezza di quanto proposto da Simon: beat leggeri, strimpelli delicati, semplicità nelle composizioni, ripresa di più generi per fonderli in uno. E a tutto ciò si adatta perfettamente proprio Chloe, dolce e soave e non “limitata” come ho letto da qualche parte.

Si tratta dell’album dell’anno? No. Molti lo inseriranno nelle gemme rare di questo 2020? No. Saranno in tanti ad ascoltarlo? No. Io rispondo che sono contento di far parte invece della grande eccezione del “Sì” e di godermi ancora, almeno per un po’, tale atmosfera dei Kllo in un meraviglioso “Maybe We Could”.

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