Muse – Simulation Theory

3 Luca Basso
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Siamo nell’anno domini 2018 e ancora esiste la povertà, l’inquinamento, la Regina Elisabetta II del Regno Unito, Tua Madre è Leggenda e i Muse. Non fraintendete le mie parole: la band britannica ha un ben nutrito gruppo di fan in giro per il mondo e concerti fastosi e imperiali, ma stiamo parlando di un gruppo che da anni è rimasto – almeno per il sottoscritto – fastidiosamente in gola.

Ha ancora senso parlare dei Muse quindi? Negli ultimi anni gli album proposti dai tre amici di una vita sono stati a dir poco una delusione dietro l’altra, ricca di sound ritriti fino allo sfinimento che hanno annoiato più che emozionato. Eppure i primi due album “Showbiz” del 1998 e “Origin of Symmetry” del 2001 sono due perle dell’alternative rock che son difficili da dimenticare e che io stesso ascolto a distanza di decenni, sebbene fossero influenzati quasi completamente dai lavori dei Radiohead. Tutto quel che è venuto di seguito è solamente un pattume che non mostra le loro reali abilità tecniche ed espressive.

Ognuno di noi spera sempre che i Muse ritornino al passato e rinascano dalle loro ceneri, e “Simulation Theory” nasce in questo contesto, in un periodo in cui la musica sta sempre più sfociando in diversi generi e con l’arrivo di molti giovani (e nuovi) artisti che crescono e si fanno conoscere attraverso internet. “Come acchiappiamo le nuove generazioni?” si saranno domandati Matthew Bellamy & Co.. Semplice: con un album influenzato dalle sonorità elettroniche degli anni ’80.

Mia madre ha sempre detto che l’apparenza conta e le copertine non si allontano da questo concetto. Quella di “Simulation Theory” fa capire fin da subito che Stranger Things” è la serie tv preferita dei Muse (anche se Bellamy ha dichiarato che, in realtà, è “Black Mirror), che ha avuto così tanto successo negli ultimi anni, per loro, è meglio cavalcarci l’onda. Tra l’altro, la copertina è stata realizzata proprio da Kyle Lambert, quello che ha realizzato il poster della serie Netflix. Iniziamo bene.

Sempre mia madre ha aggiunto alla frase detta prima che l’apparenza inganna, quindi quando mi si è presentato così “Simulation Theory” su Spotify ho premuto play senza fermarmi sugli stereotipi. Ecco quindi che l’ascolto inizia con “Algorithm”, una traccia pesante di beat e synth degli ottanta e che va in crescendo, che passa la palla poi a “The Dark Side” che m’ha ricordato a caso i Daft Punk di “Human After All”. “Pressure” è già più rock e nel pieno stile dei Muse, ma le successive “Propaganda” e “Break it to Me” sono un’accozzaglia di suoni metti a caso che rovinano quanto costruito fino ad ora.

“Something Human” è un altro brano che ricorda i periodi di “Black Holes and Revelations, ma con l’aggiunta di quei synth futuristici che tolgono particolarità al tutto. Arriviamo al singolone “Thought Contagion”, uscito il 15 febbraio scorso, che, abbinato a un video copiato direttamente da quelli di Kavinsky e dal videogioco “Hotline Miami”, ci fa capire che c’è qualcosa che puzza in tutto questo. Le ultime quattro tracce – “Get Up and Fight”, “Blockades”, “Dig Down” e “The Void” – sono delle copie delle precedenti, che ci accompagnano velocemente e senza troppe pretese alla fine di un album che mai più ascolteremo.

“Simulation Theory” è, nel complesso, un album costruito male ma con tracce ben realizzate in studio, ma manca di personalità e che in più tratti risulta essere debole. L’errore dei Muse sta nello scopiazzare generi che sono di moda al momento, senza conoscere appieno i suoi sentimenti, le sue fondamenta e le sue origini. Non è la prima volta che succede – “The 2nd Law” prese appieno dalla brostep conosciuta da tutti come dubstep, “Black Holes and Revelations” dal pop dei Coldplay – e non sarà l’ultima. È sbagliato dire che una band non possa evolversi in nuove sonorità, ma il percorso scelto deve sempre avere un senso al proprio lato artistico. La strada per i Muse sembra confusionaria e “Simulation Theory” non aggiunge nulla alla corrente synth anni ’80 già vista negli ultimi anni dalla vaporwave, dalla synthwave e dalla future funk.

Ritornando alla domanda iniziale, rispondo con un: no, non ha più senso parlare dei Muse nel 2018.

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