Nick Cave & The Bad Seeds – Ghosteen

9 Luca Basso
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È difficile esprimersi su un album come “Ghosteen”, l’ultima grande opera di Nick Cave e dei suoi Bad Seeds, uscito senza troppo preavviso con un messaggio dello stesso cantautore australiano verso un suo fan, nel suo personalissimo sito che è diventato un grande spazio per i propri pensieri.

Dear Joe,

You can expect a new album next week. It is called Ghosteen. It is a double album. Part 1 comprises of eight songs. Part 2 consists of two long songs, linked by a spoken word piece.

The songs on the first album are the children. The songs on the second album are their parents. Ghosteen is a migrating spirit.

Love, Nick

Non si può essere colpiti fin da subito dalla potenza emotiva che Nick ci regala attraverso i primi brani, che viaggiano sulle note leggere del pianoforte per quella che sembra essere una calma apparente. Il cuore del disco sta tutto nelle parole nel messaggio precedente: bambini che prendono il ruolo di protagonisti, con i loro genitori lì dietro a supportarli. Come non si può collegare tale amore paterno alla tragica morte di Arthur, il figlio caduto da una scogliera sotto effetto della LSD nel lontano 2015. Proprio con ciò, non è sbagliato dire che “Ghosteen” sia collegato a “Skeleton Tree”, uscito nel 2016.

Se, ai tempi, “Skeleton Tree” era un viaggio verso l’abisso, oggi “Ghosteen” è comunque una lenta risalita da esso, un percorso ad ostacoli pieno d’insidie e di dolore, con la consapevolezza che solamente rialzandosi si possono abbattere i mali che imperverseranno nel nostro animo. Le otto più tre tracce dell’album sono ognuna una lezione su questi temi, proponendo una soluzione che sta a noi accogliere. È un rapporto tra uomo, donna e bambino: una trinità che ritroviamo sempre, ma soprattutto nel brano omonimo al titolo del disco, dove tre orsi sono impegnati a guardare la TV e il “baby bear, he has gone / To the moon in a boat, on a boat”.

La figura della perdita parte con Elvis Presley in “Spinning Song”, dove il mito rimane nell’aria con la sua eredità musicale, quasi in uno stato di pace dell’arte. “And we’re all so sick and tired of seeing things as they are” ci dice Nick in “Bright Horses”, stanco di vedere il proprio figlio quando vuole immaginare che le figure che vede in lontananza siano soltanto un gioco di luci e ombre. Una speranza che comunque rimane, anche con la consapevolezza che ciò che abbiamo perso non tornerà mai più nelle nostre mani. Ed è strano ritrovarsi già a “Waiting For You”, straziante fin da subito per poi lasciare spazio a un lungo recupero emotivo con le successive tracce.

There is nothing more valuable than beauty, they say
There is nothing more valuable than love

(“Sun Forest”)

Il segreto di quest’atmosfera è tutta opera di Warren Ellis, perlomeno per il sound e per il processo compositivo. Se ci fate caso, non compaiono mai chitarre, batterie o altri strumenti più “rumorosi”, ma solo ed esclusivamente un ambiente onirico che ci porta a viaggiare tra il reale e il paradiso. E ben si sposa con la voce di Nick, per un connubio soave e che ci colpisce direttamente al cuore.

La bellezza è possibile trovarla anche nel dolore, e Nick Cave lo sa bene. Proprio per questo “Ghosteen” è uno sguardo nel suo io interiore, ma anche nel nostro. L’amore è l’ingrediente, quello che apprendiamo dai nostri genitori che ci accompagnano fin dalla nascita.

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