Parcels – Parcels

7 Luca Basso
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Sto cercando d’immaginare come potesse la mia vita se fossi nato, cresciuto e vissuto tra gli anni ’70 e ’80, nel pieno della disco music, dei giri di chitarra caldi e danzanti, del ritmo sfrenato delle discoteche, dei viaggi estivi a bordo di un’elegante macchina senza tetto rigido col viso baciato dal sole e dal vento. La fortuna, forse, è quella che stiamo rivivendo quel periodo con un ritorno a quel sound grazie a molti artisti, dopo che “Random Access Memories” dei Daft Punk si è presentato sul panorama musicale.

Tra i tanti influenzati dal groove dell’album del duo robotico francese sono sicuramente i Parcels, dei ragazzi provenienti dall’Australia instauratisi a Berlino ma con un occhio di riguardo verso la Francia e ad un’epoca che ormai ci sembra troppo lontana solo a pensarci. Vivaci, freschi e nostalgici, il gruppo australiano fin dai primissimi singoli ed EP hanno trovato un pubblico capace d’innamorarsi di loro, dei loro brani e di una disco music che ha segnato un’importante, fatta di libertà e cambiamenti.

È facile intuire che, con così poco materiale in mano e tanto hype generatosi anche grazie a una “Overnight” prodotta nientepopodimeno proprio dai Daft Punk lo scorso anno, ha creato delle aspettative molto alte verso “Parcels”, il debutto della band sulla lunga distanza e che non raccoglie banalmente le canzoni già pubbliche ma che raccoglie nuove produzioni e nuove idee.

L’album inizia con una “Comedown” che ci fa scendere in trance, con quell’atmosfera zuccherina e dolce che si mescola con una voce sognante e leggera; un inizio che ci confonde, come essere appena usciti dalla macchina del tempo e ritrovarsi catapultati indietro nel passato. Il viaggio prosegue con “Lightenup” e la lenta “Withorwithout”, arrivando poi a “Tape” ricca di accorgimenti elettronici.

“Everyroad” esordisce con una parlata emulata sulla falsariga di quel Giorgio che si racconta in “Giorgio by Moroder”, evolvendosi in un climax di chitarre e di drum machine, calmandosi poi su “Yourfault” e “Closetowhy”, rialzandosi poi col ritmo in “IknowhowIfeel”, adatta per un fresco aperitivo su una terrazza estiva con un tramonto all’orizzonte, che scende piano piano con la conclusione di “Exotica”.

“Tieduprightnow” è il classico singolo – il primo estratto – a cui è impossibile sottrarsi all’ascolto e al ballo, che ci fa alzare irreparabilmente dalla sedia e ci porta con eleganza sulla pista da ballo. “Bemyself” è la delicata chiusura del nostro lungo sogno, accompagnato poi da quei “Credits” che ci riportano alla realtà, che ci fanno capire che tutto ciò è finito.

Il mio desiderio di nascere in quella decade ormai estranea anche ai vecchi è irrealizzabile, ma i Parcels sono bravi a giocare su quelle sensazioni e su quelle immagini che i ’70 ci ricordano senza averli vissuto e solamente avendoli visti in televisione. “Parcels” è come un caro amico che non vediamo da diverso tempo, però troppo simile a l’ultimo capolavoro dei Daft Punk a cui la formazione si è troppo ispirata, risultando così più scontato di quanto si potesse aspettare e con tracce che non riescono a raggiungere quel livello toccato con “Overnight”, “Hideout” e “Herefore”. Ciò non toglie che ci troviamo davanti a un prodotto che sa come farci divertire e viaggiare con la mente.

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