The Japanese House – Good at Falling

8.5 Luca Basso
8.5

È giunta finalmente l’ora: Amber Bain, meglio nota con lo pseudonimo The Japanese House, debutta con un album, dopo un intenso periodo di EP e singoli cominciato nel lontano 2015. Non è una cosa da poco avere delle grosse aspettative ancor prima di rilasciare un LP nella propria carriera musicale, soprattutto con i lavori come “Clean”.

L’artista inglese, che ha iniziato a cantare a soli 11 anni, ha pubblicato attraverso l’etichetta Dirty Hit – che ha nel proprio novero The 1975 e Wolf Alice“Good at Falling” a inizio marzo, rilasciando lungo la strada antecedente all’uscita diversi indizi di quello che sarebbe stato il disco. “Lilo” è stata l’apripista di questo cammino: delicata, dolce ma allo stesso tempo dolorosa, accompagnata da un video che mette in risalto i suoi legami sentimentali e le proprie esperienze personali, fatte cadute ma anche di ripresa. Proprio il titolo dell’album fa riferimento a ciò:

It is a reminder to me that I am good at falling in love and I can survive falling out of it. I’m good at falling.

Questa sensazione di smarrimento è presente anche negli altri singoli “Follow My Girl”, “We Talk All the Time” e “Maybe You’re the Reason”, sebbene quest’ultima all’apertura abbia connotati zuccherini, sprofondando poi nella depressione e che tutto quello che proviamo non ha niente di reale. Questa capacità di mescolare due sentimenti contrastanti ma uniti è il punto di forza della Bain, che si districa tra una voce leggera e incerta a un sound paradisiaco, con un’elettronica distesa e beat che non risultato troppo pesanti.

Quella che vediamo e sentiamo in “Good at Falling” è una sincera Amber Bain, con tutte le fragilità che una 23enne porta alle proprie spalle dopo aver vissuto storie importanti ma rottesi per svariati motivi. Rotture che fanno parte della vita di ognuno di noi, a cui dobbiamo saper rialzarci ma senza chiuderle nel cassetto per poi dimenticarcene per sempre. Anche quando stiamo per sprofondare nell’abisso, c’è sempre uno spiraglio di luce che può tirarci fuori dall’apatia e da quello status di incertezza emotiva.

“You Seemed so Happy” è una piccola perla di questo album: all’apparenza c’è uno stato di gioia, ma nascosto al pubblico e agli amici c’è un disordine che cresce sempre più al suo interno.  A chi non è mai capitato di dover fingere per non destare attenzioni o (troppe) preoccupazioni? Una maschera che spesso usiamo e che non siamo più in grado di togliere.

“Good at Falling” è un capolavoro preparato con cura ma anche con molta sensibilità, ricamato nei dettagli ma con l’obiettivo di essere semplice, trasparente, che arrivi dritto al cuore. The Japanese House – anzi, Amber – non possiamo che dirti grazie.

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