Accendete la musica italiana

Qualche giorno fa è uscito un articolo sul sito di IL – il magazine maschile de Il Sole 24 Ore – intitolato “Spegnete la musica italiana”, condiviso da un mio collegamento su Facebook che ha l’età circa di 60 anni. Avevo già capito dove si volesse andar a parare ma, andando oltre il mio pregiudizio, ho concesso parte del mio tempo per leggere le molte righe scritte da Francesco Prisco.

Sebbene sia un giovane di 23 anni, nella mia vita non ho mai letto qualcosa di più inutile. Un pezzo fatto esclusivamente di cliché, scritto da un vecchio con concetti vecchi, che non lascia una vera morale e che non approfondisce nulla, esaminando i fatti solamente dalla superficie e mai andando in profondità.

Per riassumere, l’articolo si sofferma su quello che ha fatto più successo nel 2018 – la trap principalmente –, etichettando tutto come superficiale, non intellettuale, che “rompe i cabbasisi”. Insomma, il 2018 è stato il peggior anno per la musica italiana, che non ha regalato nulla e che sta vivendo un’involuzione. Tutta colpa dei giovani, ovviamente.

Partendo dal presupposto che il sottoscritto non ama particolarmente il genere della trap, che gli son rimasti in gola gli ultimi album di Calcutta, dei Thegiornalisti e di Salmo e che lascia ai tempi che corrono la musica commerciale in Italia, abbiamo vissuto in realtà uno degli anni più ricchi in fatto di produzioni, molto più di  qualità – se così vogliamo chiamarla – rispetto a quelli che ci hanno preceduto, sempre considerando che è musica nata e creata per essere diffusa nelle orecchie del pubblico generalista e non a uno particolare e di nicchia.

Partiamo dall’inizio: viene tirato in ballo Sfera Ebbasta che, con il suo “Rockstar” uscito a inizio anno, ha suscitato scalpore sia per il successo commerciale che per le sue canzoni che parlano “dei soldi facili e della ricchezza a tutti i costi, dei messaggi sessisti e dell’esaltazione delle droghe non convenzionali”. Mai letto nulla di più sbagliato, soprattutto perché il messaggio è più complesso di quel che è. Prendo come esempio “Rockstar”, non un semplice “due tipe nel letto e altre due di là” ma la capacità di non cambiare anche dopo essere diventati una persona di successo, di rimanere sé stessi e di non essere più schiavo delle ragazze che ci hanno tradito o mollato. Anche “Sciroppo”, a primo impatto una guida per drogarsi, è solamente un racconto sincero di una persona che vorrebbe non essere emulata del tutto. Se poi parliamo di gusti personali, questo è un altro discorso.

Continuando sul filone dei trapper, non è forse chiaro il genere: un ramo dell’hip hop scanzonato e leggero, dove l’obiettivo è raccontarsi senza censure, la sincerità, vivere la vita così com’è. Non solo: raccontare la vita di strada, la criminalità, il disagio, la violenza, la propria esperienza. Come in “Cara Italia” di Ghali, non un inno politico ma una dichiarazione d’amore per un paese che, nei suoi pregi e nei suoi difetti, è nel cuore dell’artista. Se proprio vogliamo guardare al passato, la generazione trap non è la prima a parlare di eccessi: lo ha fatto l’amatissimo Vasco Rossi (basta dire “Bollicine” o “Nessun pericolo… per te”) o gli Articolo 31 (“Ohi Maria”). E no: non vale la scusa “eh, ma erano altri tempi”.

Successivamente, viene tirato in ballo il panorama “indie”, citando Calcutta e i Thegiornalisti e mettendoli a confronto con i vari Raf, Luca Carboni e Umberto Tozzi. Già questo è sbagliato, soprattutto per la differenza stilistica – Calcutta ha un background differente e ha pure scritto una canzone per Carboni, mentre i Thegiornalisti hanno una forte componente pop elettronica –, ma quello che è ancor di più errato è che il termine “indie” indica quegli artisti usciti dall’underground con le proprie forze e con quelle delle etichette indipendenti a cui sono ancora legatissimi. E scusate se è poco, anche quando questa etichetta è usata nello stesso modo all’estero.

Per chiudere il tutto, anche Motta viene incluso tra i tanti nomi perché “è il poeta dell’attuale generazione indie”, però lontano “da ciò che di solito chiediamo alla musica che ci piace”. Con un’affermazione del genere non si capisce come mai sia così lontano – basta dare un ascolto veloce al brano “La fine dei vent’anni” –, cos’è che piace (a chi poi?) veramente e che elementi deve avere un artista o una canzone per piacere, anche quando questi sono a primo avviso rispettati. L’unica cosa che si può capire è la svogliatezza di tale articolo, sconclusionato e ricco di frasi fatte.

Quello che si è dimenticato è che il panorama italiano non è fatto solo della musica commerciale o quella dei grandi ascolti che passano in radio, ma anche di coloro che nel piccolo stanno regalando piccole pietre miliari e di qualità indubbia. I Nu Guinea con il loro tocco contemporaneo sulla bella Napoli, la visione della festa di Cosmo, la classe infinita dei Giardini di Mirò, l’eccellente lavoro di debutto di Gigante संगीत, la profondità di Tedua, il folk internazionale di Any Other, il ritorno dei giganti Colle De Formento, la musica primitiva di Machweo, la classicità dei Cor Veleno… Ci sono molti altri nomi da citare, basta solamente affacciarsi di appena un centimetro e si possono trovare delle piccole ma grandi realtà. Troppo facile commentare la superficie e spacciarsi per intenditori che non scendere in profondità per mettersi sempre in gioco a nuove sonorità, vero?

Non è assolutamente valida come scusa la maggiore età, la più (finta) marcata esperienza nell’ambito musicale. Non è una prerogativa, l’importante è quanto si scava nel panorama e l’attenzione che si da all’ascolto, non soffermandosi solamente al primo impatto. In questi anni molti hanno affermato che non capisco nulla perché, dall’alto del mio quarto di secolo di vita, non ho vissuto la golden era della musica. Io invece sono contento di vivere questa, capace di capirla appieno e non risultando un vecchio che, per nostalgia canaglia, rimane fermo nelle sue posizioni e sullo stereotipo che “le nuove generazioni sono peggiori della nostra”. Il bello della musica è la sua continua evoluzione, la sua continua trasformazione. Questo bisogna accettarlo, nel bene e nel male. Rimanere ancorati nel passato è come essere già morti, non vivere appieno la propria vita.

Io dico di accendere la musica italiana, alzate il volume. Perché essere saccenti e presuntuosi non fa bene a nessuno.

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