C2C 2018 – Un abbaglio nel Buio



Diventare maggiorenni è improvviso e veloce e, sotto molti aspetti, il festival torinese lo era già diventato  qualche anno fa (direi 2015). Tuttavia, quest’anno credo sia stato l’anno da ricordare: la line up, il tema, i numeri. Oltre alla già citata e riconfermata qualifica come festival di musica elettronica più importante d’italia, tra i primi in europa, l’esperienza C2C deve essere vista su più piani e contestualizzata ad una dimensione socio-culturale. La prima cosa da dire è che il festival è tale perché è ambientato a Torino e viceversa. Non c’è nulla di meglio per questo festival di musica elettronica che essere svolto a Torino, così come non c’è niente di meglio per Torino che ospitare un festival del genere. Lo scambio è mutevole e si influenzano a vicenda. Non è causale, ma c’è dietro una storia, un lungo percorso, appunto, di 18 anni: dal frenetico inseguimento degli artisti per la città da Club a Club, fino ai più gestibili spazi delle edizioni più recenti e di quest’anno (Lingotto, Reggia di Venaria, Balon). Legata al festival la settimana dell’arte di Torino. Una serie di eventi connessi all’arte e alla cultura contemporanea che rendevano il tutto sicuramente più amabile: Artissima,  Paratissima, The Others 2018, FlashBack, DAMA e FLAT – Fiera del Libro d’ArteA Torino mi sono sentito letteralmente imbarazzato, per tutti gli input ricevuti, per tutte le cose che potevo fare e non ho fatto. cfr. Isoardi (2018).

Dopo alcune peripezie ed incontri inaspettati, giungo a Torino con lo stomaco che reclama alimentazione nella giornata del 2 Novembre. Tralascerò il resoconto della mia esistenza del primo giorno poiché assolutamente non interessante, nonostante alcune piccole notizie fattuali che elencherò qui di seguito. La focaccia genovese e la cecina presa in piazza Castello dimostrano che, nonostante la posizione facesse presagire un sapore turistico di plastica, c’è ancora spazio per le sorprese di gusto. Il quartiere San Salvario ha ancora degli angoli puri, in cui l’autenticità delle persone è proprio di quel tipo per cui le persone fanno le cose che fanno perché le vogliono fare e non per farsi vedere mentre le fanno. Tra tutti Barnum, Papillon e la Trattoria Coco’s. Se  invece volete un autentico vermouth, andate presso il bar Barolino Cocchi, locale ricavato da quello che era l’ingresso principale di un palazzo di fine ‘800 del Quadrilatero.

Dopo aver ritirato il pass media presso l’AC Hotel, headquarter del C2C, ho dato un’occhiata all’Absolut Symposyum 2018. Diretto da Max Dax e Carlo Pastore, è l’evento meta-organizzativo del festival: non c’è solo la performance sullo stage, c’è soprattutto l’organizzazione, la gestione, le esperienze da altri tempi e di/in altri spazi. Un momento di riflessione critico, indispensabile se si vuole crescere. Lasciandomi, solo per un secondo, prendere dalla vena catechistica di chi vuole riflettere e dire “specchiati a loro, vedi quanto sono bravi”, mi permetterei di dire che uno dei loro punti di forza è proprio questo: fare degli errori, dare spazio al pensiero e non solo ai numeri.


Successivamente corro verso la stazione di Porta Susa e raccolgo tre superstiti di questi anni ’10 del XXI secolo: Emanuele Lm, esperto in marketing e relazioni internazionali ed ex-collaboratore di Ben Frost a Reykjavik per la casa discografica Bedroom Community. L’amico parigino Marcel Mirot, pittore e fotografo contemporaneo con un amore smodato per le ragazze dell’Ecole du Louvre, che sono i soggetti dei suoi ritratti, per Battiato, Battisti e Moroder, venuto in treno. Infine Pablo De Sila, poeta cileno dagli ambienti underground di Santiago, con una nonna di Potenza e una scontata ammirazione per Nicolas Jaar . La musica è principalmente condivisione, e condividere l’esperienza C2C è ancora meglio.

Il giorno 2 Novembre il festival si è spostato a Lingotto, dopo l’anteprima all’OGR (Officine Grandi Riparazioni). Sicuramente l’ex-fabbrica ha un certo fascino, con quei colonnati di cemento armato che sembra davvero di stare in un tempio. Anche altri festival, come il Movement per esempio (il quale in quanto ad importanza musicale e culturale non ha nulla a che vedere con il C2C), hanno utilizzato lo stesso spazio. In tutto due stages: il Main Stage, dove si sono esibiti i grandi nomi presenti in Line Up, è posizionato nel Padiglione 3 del Lingotto, e occupa centralmente la sala, in maniera imponente. Il Crack Stage, il secondo e forse più ricco di sorprese, è posizionato nel Padiglione 1 del Lingotto in maniera perpendicolare rispetto alla lunghezza del padiglione, quindi il “raggio d’azione” del palco è dimezzato a livello di spazio, ma questo non è stato per niente un problema. Con il senno del poi di chi scrive, una cosa su cui lavorare potrebbe essere il Bar: file molto lunghe, soprattutto per il pagamento della consumazione alcolica, e posizionati in prossimità delle uscite. Il risultato è stato che si creassero ingorghi di persone con finalità differenti.

Adesso però vorrei raccontare quello che ho visto.

Quest’anno, senza troppe parole, è stato l’anno di Aphex Twin. Sia prima del festival che dopo, il suo nome, che mancava dall’Italia dal 2011 e da Torino dal 2007, è uno dei più importanti produttori di musica elettronica degli ultimi 30 anni e un fenomeno talmente unico nel suo genere che è impossibile paragonarlo ad altre esperienze. Con un nome del genere sarà sicuramente difficile ripetersi, come lo è stato quest’anno affiancare artisti che potessero organicamente amalgamarsi nella Line Up. A ciò si aggiunge il tentativo dell’organizzazione di portare avanti un discorso sull’avant-pop, cercando di indagare questo genere alquanto discusso e di intercettare sviluppi successivi della musica da Club. Mentre sono in fila per prendermi una dolce-amara birra, un ragazzo che aveva quasi tutti i braccialetti dell’edizioni precedenti e quasi tutte le rughe dei 43 anni al posto giusto, si lamentava con un amico per alcune scelte fatta dalla direzione, in particolare per la perdita, in maniera esponenziale,  del carattere “clubber” e per la trasformazione in qualcosa che non si spiega. “I Beach House o Blood Orange, io non capisco cosa c’entrano con Aphex Twin! Secondo me non hanno capito cosa stanno facendo”.
Invece secondo me lo sanno, eccome. Quest’anno il festival, come almeno negli ultimi 4 anni, ha presentato due linee di pensiero: una, appunto, in cui l’esperienza dell’ascoltatore era diretta all’artista e alla musica, come i live di Blood Orange, Yves Tumor, Beach House, e, con le dovute eccezioni, Aphex Twin. Dall’altra invece un esperienza in cui l’interesse non è principalmente verso l’artista, ma più per se stessi con la musica a fare da contorno: esempio Avalon Emerson, Jamie XX, Peggy Gou, Skee Musk, David August, Vessel e, anche qui, Aphex Twin. Entrambe le strade sono tese al tentativo di indagare concretamente differenti modi d’espressione dell’avant-pop. Non prendo in considerazione cosa esso sia, ma posso dire con un certo grado di certezza che questa line-up permettesse di averne un’idea sommaria. Quindi, insomma, se per questo, il Club2CLub ha raggiunto uno dei suoi obiettivi.
Altro discorso è quello degli utenti. Come si domandava giustamente Federico Sardo nell’ottimo articolo scritto per Noisey: “Perché quando viene Aphex Twin sono tutti qua a ammazzarsi di break, acid, techno, rave, industrial, noise e poi quando ci sono altri artisti che fanno questa roba siamo spesso esponenzialmente di meno?“. Ma anche qui forse troppe pretese, come lo stesso Sardo afferma, dinamiche complesse alla base di questo fenomeno che non possono essere riassunte qui, ma che comunque devono necessariamente far riflettere soprattutto sul ruolo che sta avendo la musica elettronica in Italia. A tal proposito è stato interessante vedere come Jamie XX abbia catalizzato nella serata di Venerdì un pubblico che, almeno personalmente, ho notato essere differente da quello di Sabato.
Insomma, prodotto e produttore, cosa vale di più attualmente? Domande scontate per discorsi da bar, che lascerò a metà come un tramezzino scaduto. Adesso però passiamo alla sostanza.

Il festival inizia con l’energia internazionale di Elena Colombi, che con emozione accende i riflettori sull’edizione 2018  nel Crack Stage. Gli IceAge, i danesi post-punk (forse più punk che post), che fino a qualche anno fa suonavano in locali dove oltre alle birre si potevano comprare dei coltelli, aprono le danze sul Main Stage, mostrando il giusto movimento ai bacini. A quel punto, la metropolitana verso Lingotto ha portato quasi tutti al festival. La massa di persone colorate si inizia a raggruppare intorno al palco centrale. Io, Pablo, Marcel e Emanuele ci spingiamo più avanti. Si abbassano le luci, Victoria Legrand e da Alex Scally entrano: a dream. Ci metto qualche minuto ad entrare con loro nel viaggio, tormentato dalle domande sulla disputa “MDMA – amplifica o modifica?”. Musicalmente ineccepibili, così come la loro performance live. Suonano 7 quasi per intero e alcuni classici: synth, chitarre, percussioni, luci, emozioni. Con Marcel pensiamo ad una frase che potesse descrivere appieno quell’esperienza e via: è come se la cold wave fosse rifatta con il lo-fi e viceversa.

Usciamo velocemente fuori per prendere aria. Sta piovendo, leggermente, ma sta piovendo. Jamie XX, vogliamo capire cosa succede. Ho grandi aspettative, so, per voce altrui, che i suoi live sono davvero intensi. I colori della sala si fanno sul blu. Il set inizia. Ritmo, Ornella Vanoni, House. Promosso, ma senza sussulti, eccetto il richiamo a ricordi lontani con quell’enorme palla che esplodeva in punti di luce. Ha rispettato il suo nome, non stupito il mio palato. Tutto nella norma, per questo non riesco a spendere altre parole.


A quel punto corro, c’è Skee Musk al Crack Stage. Se ne parla molto del tedesco. Giovane producer, al secolo Brian Müller, è uno dei nuovi interpreti dell’IDM e, soprattutto, “colpevole” di questo revival dell’acid sound degli anni ‘90. Parte remixando in chiave breakcore un brano del rapper Ocean Wisdom
che avevo ascoltato per la prima volta quando piangevo lacrime patriottiche a Brighton. Questo disorientamento e l’inattesa citazione mi portano nel suo live di un’ora e mezza, facendomi dimenticare la prova sterile, per i miei gusti, di Jamie. Personalmente reputo degno di nota il fatto che intorno a me c’erano principalmente spagnoli, tedeschi, olandesi, con cui ho avuto modo di scambiare qualche segno di approvazione: mi sono sentito europeo/in Europa. Il live di Skee Mask mi stupisce, soprattutto per il modo in cui reinterpreta e coniuga generi dalle varie provenienze culturali e geografiche come RnB e Breakbeat, Trap e DnB, acid techno e Hip Hop, Hardcore Techno e Ambient nello stesso live senza sbattere l’ascoltatore da una parte all’altra del pianeta dei ritmi. Ancora Marcel mi suggerisce: una sparatoria tra neutroni dove, bene o male, vincono tutti.

Il fisico inizia a tentennare, si corre al Main Stage  per Peggy Gou e Avalon Emerson, due donne a chiudere in bellezza (esteticamente e musicalmente) la prima serata.

La dj Coreana mi spaventa, sia perchè noto che indossa la maglia della Juventus, sia perchè ho sempre nutrito dei dubbi per la sua vena Dance (relativamente ai miei gusti). Penso che se non si adatterà al contesto, sarà come gli arrosticini senza bastoncino di legno: senza senso. Ed invece, senza troppe urla di gioia, mi accontenterà. Set onesto, con delle punte particolari, ma non molto vario, tutto su una linea puramente dance e basshouse e soprattutto senza una specifica evoluzione.
Inizio a perdere alcuni pezzi, come Pablo ed Emanuele. Rimango con Marcel. Sono le ore 4.00. Prendiamo delle bottiglie d’acqua dal punto di raccolta e ne beviamo come se fossero le prime bottiglie bevute della nostra vita.
Luci rosse,  parte Avalon. Mi avvicino molto interessato. Di lei ho da sempre apprezzato la varietà dei suoi pezzi, nonostante non sapessi cosa aspettarmi per i live. Il live è un crescendo raffinato, che passa in rassegna alcuni pezzi ambient techno per poi invece incanalarsi verso un suono techno duro e puro come dei sassi sporchi di terra lanciati contro una parete rocciosa, il tutto misto a momenti di breakbeat di recupero di fiato (come quando vai a correre al parco e guardi l’orologio per prendere fiato). Si va fino alle 6.00. Lei è eccezionale per capacità di condurre il set: il corpo viene trasportato da solo alla fine, senza sentire sbalzi.
Si spengono le luci. Il giorno 1 del C2C @Lingotto finisce, tra mandarini, toast e caffè, lasciando spazio alla soddisfazione o insoddisfazione, ma soprattutto dimostrandomi quanto questi artisti si divertano a fare quello che fanno (frase scontata da evangelizzatore ma necessaria).

Dopo aver passato il giorno 3 Novembre in totale recupero, tra Bicerin e castagnaccio, ritorno con il mio gruppo a solcare le rotaie della metropolitana torinese.
Giungiamo molto presto a Lingotto Fiere poichè fortemente interessati al live di Yves Tumor. Il misterioso artista britannico, uno dei nuovi targato Warp Records, mostra alcuni dei pezzi migliori del suo repertorio dall’ultimo album (Licking an Orchid, Honesty) e non (The Feeling when you walk away, Spirit in prison). Tacchi, pantaloni di pelle rossi, petto nudo. Performance vera e propria. Si lancia quasi sulla folla. Decostruisce l’EDM, graffi noise, echi ambient e momenti hip hop: tutto così ricco e pieno, eccetto che per una letale spina che mi/ci prende il fianco: il live non è supportato da nessuna band e  spesso si perde la vivacità musicale, dando quasi l’idea del”karaoke”. Peccato, ma ci rivedremo con Yves, ne sono sicuro (destino permettendo).


Blood Orange invece vive il palco totalmente. Oltre ad i suoi musicisti, porta con sé una corista ed un corista che hanno avuto tutto meno che un ruolo marginale. Il cantante britannico è davvero completo e riesce a trasportare anche me, che non sono uno dei suoi primi fan. Il suono principalmente RnB, strizza l’occhio al cantautorato per la densità dei testi e l’altezza di certi momenti, come l’assolo di sax con Saint. Soddisfacente e perfetto esempio di avant-pop, come il suo ultimo album Negro Swan che esegue quasi nella sua interezza.


A quel punto si spengono le luci. Il palco è assalito da tecnici e operai che iniziano a modificare l’assetto del palco. L’agitazione cresce. Intanto, dalla parte opposta del palco, in corrispondenza del bar, il giullare angolano Dj Nigga Fox  prende le redini e ci trasporta verso “il nome” di questa edizione attraverso un set afro-house, con venature acid,ascoltando anche un remix di This is America di Childish Gambino, che confermano quanto questo artista sia uno dei più interessanti del panorama della musica elettronica contemporanea. Pablo ed Emanuele esclamano:
“Dobbiamo aspettare Aphex Twin ascoltando Dj Nigga Fox, c’è niente di meglio?”.

 Silenzio. Solo le voci. Buoni. Incomprensione. Confusione. Voci. Di nuovo in silenzio. Poi pian piano si spargono dei raggi laser, irregolarmente. Qualche immagine non chiara. Poi, improvvisamente appare il logo. La folla si esalta, ed inizia un’esperienza per cui, con tutta la sincerità a mia disposizione, posso scegliere solo parole che poi risultano scontate. Artista vero, interprete del mondo contemporaneo, cerca di comunicare concetti presenti soprattutto nel suo ultimo EP Collapse. Propone una serie di sue tracce, di artisti lontani, di artisti vicini. Affiancato dai visuals di Weridcore, questa ratatouille multisensoriale diventa ancora più delirante quando vengono ospitati vari personaggi della recente (e non) storia italiana tra cui Cavour, Gramsci, Del Piero, Marchisio, Mattarella, Pasolini, Lorenzo Senni e molti altri, tutti senza naso. Così come vengono scovate e de-nasizzate (passatemi questo orribile termine) alcune persone del pubblico in prima file. Non importa chi sei, tutto è connesso, non si scappa dal mondo interconnesso.

Live totale, esperienza vera.  Mi sembrerebbe anche esagerato provare a raccontare che tipo di musica ha passato. Sicuramente vario, tanti e molti generi, ma sarebbe riduttivo in questo caso provare a definirli. Aphex Twin è tale perché ricerca e, in maniera fluida e sfuggente, distrugge, riprende, recupera, analizza, sintetizza, crea, vomita, e si nasconde. In questo esprime una delle caratteristiche degli spazi e dei tempi nell’era contemporanea, tra smart phone, accounts e stories.

Almeno questo è quello che ho avvertito in quel momento. Mi sento vuoto. Sfibrato. Disorientato. Felice. Impiego circa 1 ora a riprendermi. Sono le 4 e sono allungato con Marcel su uno dei cuscini all’ingresso per il recupero dei cadaveri. Noi siamo gli unici lucidi. Passano due ragazze vestite di nero e una con un impermeabile giallo che rivelano l’identità di chi avrebbe seguito lo show di Aphex: Kode 9 o detto anche professore Codice Nove stava dando ripetizioni di dub. Con le ultime forze in corpo vado sotto la cassa del main stage e libero tutto il disorientamento per lo show di Richard D. James. Lo scozzese Steve Goodman, con un asciugamano in testa, dimostra di essere l’unico a poter portare avanti la serata dopo uno show del genere, dando la possibilità a chi ascoltasse di vedere un puro esempio di Hardcore continuum.

Ore 6.30, termina tutto tra gli applausi dopo 3 ore quasi.
Il Club2Club saluta il lingotto per poi chiudere con il Block Party al Balon , dove però le mie gambe non mi hanno portato.

Quest’anno la luce l’abbiamo sicuramente vista al buio, ma più un abbaglio. In un momento storico sicuramente fervido per la musica elettronica in Italia e Italiana (Caterina Barbieri, Lorenzo Senni, Bienoise, Elena Colombi), non è lo stesso per l’organizzazione dei festival, sempre più stretti dalla morsa legislativa che soffoca spesso le iniziative e dalla burocrazia che lascia impantanati (e impanati) spesso molto progetti.

ClubtoClub punto di riferimento, su molti piani.

Torno a vivere, sperando ancora di poter parlare di C2C e di altro, altrove, d’altronde.

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