Feline Interviews: Aleam

La scena hip hop italiana sta facendo, negli ultimi anni, dei grandi passi in avanti, con una riscoperta di artisti del decennio scorso e una nuova classe di giovani vogliosi di farsi strada nel futuro. Cosa può succedere quando il vecchio e il nuovo s’incontra? Noi ce lo siamo chiesti e abbiamo scambiato due parole con Aleam, pseudonimo di Alessio Amato che sta crescendo nella scena napoletana – e non solo. “Mayday” è il suo primo EP, uscito per Tritolo, collettivo nato intorno al rapper Clementino.


Feline Wood: Napoli è la scena in cui sei cresciuto e ti sei formato: infatti le prime produzioni cantavi anche in napoletano. Quando hai deciso di metterci in gioco e perché proprio l’uso del napoletano?
Aleam: Napoli è il contesto dove sono nato e cresciuto. È stato di sicuro il motore su cui ho costruito il telaio dei miei primi anni di carriera. La decisione di usare la lingua napoletana, nei primi brani non ufficiali, non è mai stata una scelta stilistica. Agli inizi del mio percorso, sentivo l’esigenza di dovermi esprimere in quel modo semplicemente per rafforzare i contenuti dei miei testi che parlavano spesso della mia città.

FW: Nel 2016 avevi lanciato “Questione di tempo”, il tuo primo lavoro dove gettavi le basi per il futuro. Che ricordi hai di quel periodo e quanto ha formato l’Aleam con cui parliamo oggi?
A:
Quel periodo sicuramente mi ha formato sotto diversi punti di vista come il lavorare in gruppo, esibirmi live e lavorare sui dettagli che fanno la differenza. Ho dei bellissimi ricordi e molti ascoltatori affezionati grazie a quel progetto.

FW: Mi sono imbattuto anche in “Flashback”, un bel pezzo old school alla Ghemon oserei dire. Mi viene da chiederti: che ascolti hai avuto? Mi sembra di poter azzardare un misto di artisti della scena hip hop moderna ma anche quella del passato recente.
A: Forse “Flashback”, in collaborazione con Poomba, rappresenta proprio l’inizio di un mio cambiamento artistico. Sicuramente ho avuto e continuò ad avere influenze da molti artisti hip hop. Mi piacciono molto Ghemon, Willie Peyote ed altri che cavalcano quel particolare stile di musica.

FW: Arriviamo invece a oggi: “Mayday” è il tuo primo EP, tra l’altro sotto il progetto Tritolo di Clementino. Com’è sentirsi parte di un tale collettivo e sotto l’ala di un grande rapper come Clemente Maccaro? Quanto ha influito sul sound e sulle atmosfere di questo tuo debutto?
A: Sicuramente avere una squadra forte ti aiuta e io sono felicissimo e onorato di farne parte, tenendo anche conto del livello artistico immenso di cui stiamo parlando. Più che sul sound, l’influenza di Clementino è stata forte soprattutto sul modo di approcciare a lavorare sui pezzi. Ora sono molto più concentrato quando lavoro alla mia musica.

FW: “Mayday” lo considero molto delicato, c’è anche una buona presenza di chitarre come in “Bonsai”, “Come un aereo (di carta)” e “Giorno 2”. Come hai unito questa parte più strumentale al tocco moderno della trap?
A: Ho iniziato ad approcciarmi alla musica suonando la chitarra e di conseguenza mi porto dietro questa formazione.  Un anno fa ho incontrato Daniele Franzese, produttore dell’intero EP e, a mio avviso, fenomeno vero! Oltre ad essere un super producer, Daniele è un musicista di altissimo livello. Unendo la nostra musica abbiamo dato vita a “Mayday”, che sicuramente ha un sound ricco e variegato ma soprattutto “PERSONALE”.

FW: Rispetto a “Questione di tempo”, com’è cambiato il tuo approccio verso la produzione di nuova musica come in “Mayday”?
A: Più che altro è aumentata l’attenzione durante la produzione di ogni singolo brano, ma l’approccio è quello di sempre. Facciamo musica perché ci fa stare bene, ci emoziona e ci diverte, è un fattore importante!

FW: Tu stesso dici che “Mayday” è un album dove affronti ogni situazione di pericolo in maniera diversa. Quali sono stati i tuoi pericoli, anche nella tua carriera e nella tua musica?
A: Ovviamente è una questione soggettiva. Per me un pericolo è vivere una vita che non vogliamo, affrontare delle situazioni sopportandole a fatica, finendo col non riuscire a sentirci liberi e felici.

FW: “Giorno 2” mi ha rimandato alle basi tipiche di Carl Brave, un senso di nostalgia di una tipica serata estiva. Ha influito in parte anche la scena italiana attuale?
A: “Giorno 2” è un flusso di coscienza, forse nella struttura è più simile ad una lettera che ad una canzone, ed è questo a renderla speciale. Per il resto io ascolto molte cose della musica italiana attuale e alcune cose mi piacciono. Di conseguenza è inevitabile che qualcosa inconsciamente te la porti dietro, ma quando scrivo non ho nessun punto di riferimento preciso.

FW: Stai per caso lavorando sul portare la tua musica dal vivo?
A: Si, ci stiamo lavorando e ne siamo felicissimi! Amo lavorare in studio, ma poi si sente l’esigenza di condividere con più persone possibili i risultati. Mi auguro di fare quanti più live insieme a Daniele (Franzese) e tutta la band!


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