Feline Interview: Coma_Cose


Il panorama musicale italiano sta scoppiando di artisti della scena rap, hip hop e trap che escono come funghi un po’ da ogni città: a Roma abbiamo Carl Brave che racconta con atmosfere leggere e caraibiche la sua Roma, mentre a Napoli è da diverso tempo la presenza / non presenza di Liberato. Invece a Milano? Ecco, a rappresentare la grande città ambrosiana c’è un duo atipico e particolare, non originario del capoluogo lombardo ma capace di raccontarne quel lato nascosto e poco conosciuto a chi a Milano vive da sempre, trasformarlo in un’astrazione ed estenderlo oltre ogni confine. I Coma_Cose sono una delle più frizzanti novità di quest’anno. La loro musica, azzeccatissima in termini di produzione e con testi ricchi di immagini, è stata capace di conquistare in poco tempo il pubblico italiano. Il loro percorso li ha portati da un lavoro come commessi ad essere ospiti di vari show televisivi e protagonisti di diversi festival lungo tutta la penisola. Affascinati e incuriositi, abbiamo voluto scambiare quattro chiacchiere tranquille su cosa sia per loro fare musica e su ciò che vogliono raccontare.

FW: Avete sempre detto che vi siete conosciuti in un negozio dove lavoravate come commessi e vi siete messi a parlare di musica. Però, come dice il proverbio: “tra dire e il fare c’è di mezzo il mare”, come siete arrivati a realizzare concretamente il progetto Coma_Cose?

CC: Tra il dire e il fare c’è stato tanto lavoro, tante prove, tanto materiale scartato e tanta voglia di rivalsa su ciò che ci circondava. Tutto questo però è avvenuto senza forzature, con leggerezza, senza nessuna fretta, modus operandi che sta ancora alla base di come “facciamo le cose”.

FW: Vivete Milano come degli estranei che si sono infiltrati in un mondo non loro, ma in grado di sviscerare luoghi, emozioni e particolarità che forse nemmeno chi ci è nato conosce. Perché volete raccontare proprio di come sembra per voi Milano?

CC: Perché parliamo di quello che viviamo, perché così dovrebbe essere per chi fa arte, perché in una grande città gli incroci di vite, colori e nazionalità offrono degli spunti di qualcosa che è vivido e si fa raccontare da solo.

FW: I vostri testi a primo impatto possono sembrare semplici, vaghi e leggeri, ma in realtà dicono molto più di quel che si possa pensare. Tutto nasce spontaneamente mentre siete fuori oppure vi chiudete in studio e buttate giù idee su ciò che volete raccontare?

CC: Effettivamente i nostri testi sono sempre molto ricchi di immagini, cerchiamo di procedere su più livelli comunicativi, sta poi all’ascoltatore decidere quanto vuole scavare e trovare le figure più nascoste. Tutto quello che finisce nei testi è sempre fotografato, codificato, elaborato e catalogato, poi ad un certo punto questo materiale diventa una canzone.

FW: Continuate a dire che rap e cantautorato vengono dalla stessa matrice e che è semplice mescolarli. Per voi è facile dirlo, mentre per noi pare più un’utopia: perché il rap può essere il nuovo cantautorato e viceversa?

CC: Il suono è solo un mezzo, l’animo di un’artista non ha età. Per dirlo da rapper: il vero riconosce il vero… Punto!

FW: Siete dei maestri nei giochi di parole, come “Fame chimica-pisce” oppure “Can che abbaia non Moroder”: non è che a lungo andare diventi poi troppo banale, un po’ come i meme che girano su internet? 

CC: L’arguzia o, se vuoi, l’ironia sono armi che bisogna conoscere e saper dosare. Il meme nasce e muore, nei nostri testi si ride ma ci si strugge al contempo perché così è la vita. I giochi di parole sono il livello più superficiale della nostra opera, ma quello che sta facendo crescere il consenso del pubblico è tutto un altro aspetto della nostra poetica.

FW: Poco tempo fa è uscito “Nudo Integrale”. Prendiamo una frase da lì: “Facevamo i commessi come gli errori / Ora suoniamo sì ma dopo ci vediamo giù”; avete preso consapevolezza che la musica è il vostro mestiere, ma senza rinunciare alla quotidianità che avevate prima? Cosa significa dover continuare a viaggiare in giro per l’Italia e abbandonare quella Milano che è diventata la vostra nuova casa?

CC: Siamo molto felici di poter concentrare le energie in una cosa sola, così da sviscerare ogni focolaio di creatività ed energia e farla convergere in qualcosa di concreto. Viaggiare è bello, è uno stimolo continuo e ci tiene sempre la curiosità allenata.

FW: Ormai avete lanciato più di una decina di canzoni e un EP che possiamo definire “concept”. C’è l’esigenza da parte vostra di proiettarvi sul lavoro di un album, a seguire dei molti singoli già rilasciati? 

CC: Sarebbe bello. Al momento stiamo lavorando a molti brani contemporaneamente, ma non c’è l’esigenza di un disco; se lo diventerà dovrà essere una presa di coscienza naturale.

FW: Il panorama italiano è in ampio spolvero: c’è qualche artista che vi piace in modo particolare? C’è già una possibile idea di collaborare con qualcuno?

CC: Non abbiamo un artista “preferito”, non c’e’ nessuno che abbracciamo totalmente, ci sono un sacco di bravissimi artisti che fanno magnifiche canzoni. Per ora stiamo già facendo un forte lavoro di messa a fuoco su noi stessi e quindi, al momento, non c’è proprio spazio per collaborazioni esterne, ma mai dire mai!

FW: C’è molta musica italiana in voi, ma anche molta di quella straniera: c’è qualcuno che seguite e a cui vi ispirate?

CC: Ci piace Kendrick Lamar, Childish Gambino, Tyler the Creator, A$AP Rocky… L’ultimo di Nas è una bomba! Insomma, al momento stiamo ascoltando molto rap.

FW: Il 29 giugno sarete al Pinewood Festival dell’Aquila, un evento organizzato dalla nostra webzine, unico nel suo genere nella nostra città e sul quale crediamo e puntiamo molto. Avete un messaggio da lasciare a chi vi aspetta sotto al palco?

CC: VENIAMO DAL NIENTE, VI VOGLIAMO TUTTI!


Non perdete l’occasione di vedere e di conoscere i Coma_Cose al Pinewood Festival dell’Aquila, il prossimo 29 giugno. Per maggiori informazioni visitate l’evento su Facebook.

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