Feline Interview: MAIOLE

Esattamente la settimana scorsa è uscito “Cose Pese”, il secondo – anzi, terzo – album di MAIOLE. Dopo aver ascoltato a lungo i dieci brani che compongono il disco e averci speso qualche parola, abbiamo deciso che era meglio parlarne direttamente proprio con Marco. Una chiacchierata lunga ma leggera, come quando chiami al telefono il tuo miglior amico per decidere dove andare e ti perdi a parlare del più e del meno. Partendo da Caserta, passando per Bologna e arrivando al prossimo tour in programma: ecco cosa ci ha raccontato MAIOLE.

Feline Wood: Com’è nato il progetto MAIOLE? Come ti sei appassionato alla musica?

MAIOLE: Sono appassionato di musica da quando ero piccolo perché mia nonna era insegnante di pianoforte e da piccolissimo ho iniziato a suonare. Durante l’adolescenza ascoltavo i classici gruppi punk e cose così, ma ad un certo punto ho scoperto che si poteva registrare musica con il computer e ho deciso di produrre un LP di una mia band a quindici anni e da lì ho capito che non avevo più bisogno di un gruppo perché potevo fare tutto da solo (ride ndr). A diciott’anni mi son detto: «Adesso faccio della musica per conto mio e rilasciarla a nome mio».

FW: Hai studiato Economia a Bologna: come hai vissuto questo trasferimento da Sud a Nord e come ti sei avvicinato al Collettivo HMCF con cui hai pubblicato i tuoi primi lavori?

M: In realtà Economia era un po’ una scusa, sono andato a Bologna perché avevo già contatti con il Collettivo HMCF e avevo questa scusa fenomenale per andare là e stare in mezzo alla musica. Per il trasferimento può sembrare strano per un ragazzo del Sud, però prima di tutto Caserta non è un “deserto calabro”, quindi non è così forte la cosa e ho avuto la fortuna di viaggiare tanto nella mia vita. A Bologna non ero un fuori sede siciliano col pacco da casa, anzi… Mia mamma non sa neanche cucinare! La differenza più grande tra Nord e Sud, tra città e provincia, è che ho capito che non mi piace stare per strada ma in casa perché ho il mio studio.

FW: come mai ha deciso di dare voce alle tue canzoni? Qual è stato l’approccio iniziale?

M: L’approccio iniziale è stato che, dal lato pratico, da un paio d’anni lavoro come autore per un editore.  Quindi, scrivo canzoni che magari non canto neanche io e per alcune di queste avevo registrato delle demo, rendendomi conto che mi piaceva cantarle e che i testi, per quanto pop, non potevano andare in radio – io ci spero ovviamente! –, per cui ci ho riconosciuto la mia personalità in quel che facevo e inconsciamente ho intrapreso questo percorso canoro. Adesso mi ritrovo in una situazione in cui la musica è diventata quasi strumentale al fatto di cantare – io sono uno che cura molto gli arrangiamenti, però adesso sono passato all’altro lato ovvero che prima penso alla voce e il resto viene dopo.

FW: Dalle origini, passando per “Last for Motifs” e concludendo con “Music For Europe”, musicalmente sei cresciuto e hai variato il tuo sound. Quanto ha influito la tua vita universitaria e il tuo continuo girovagare?

M: In realtà molto poco, non sono uno che va a un sacco di concerti. A parte “Blue Ray”, in “Cose Pese” ci sono canzoni moderne ma che a me sembrano di Gino Paoli (e ride). Penso che il mio non girovagare ha portato a riscoprire musica vecchia.

FW: Prendendo sempre in considerazione “Cose Pese” e i tuoi precedenti album, pensi che il tuo sound è cambiato o che la tua musica si sia evoluta inconsapevolmente?

M: Io faccio musica allo stesso modo di quando avevo diciott’anni, ma forse la differenza sta più nella perizia perché ora ho più esperienza. “Last for Motifs” l’ho eliminato dalla mia vita perché, col senno di poi, è stata la prima cosa che ha iniziato a far parlare di me ma dopo sei mesi di concerti mi sono reso conto che c’erano errori madornali e che non avrei fatto ora. La tecnica e i suoni sono gli stessi, probabilmente è appunto una questione di perizia e di scelte, mentre prima avevo voglia di strafare.

FW: Com’è nato invece “Cose Pese” e com’è stato il processo di lavoro?

M: Ho scritto il primo pezzo “Blue Ray” nel dicembre 2017 pensato per una cantante, però l’ho cantato io e mi è piaciuto da subito. Così, mi è venuta la malsana idea di iniziare a cantare e ho passato da gennaio ad aprile a scrivere e a lavorare questi brani, puramente sulla scrittura. Non mi ero ancora detto: «Ok, voglio cantare» ma era più un «Vabbè, vediamo cosa succede, magari farò cantare qualcun altro». Ad un certo punto sono entrato talmente in questa mentalità da cantautore che mi è sembrata una cosa naturale. Nel frattempo, sono usciti dei singoli – che sono comunque nell’album – che sono stati dei test per vedere se effettivamente questa roba c’avesse valore non solo per me ma per un eventuale pubblico. Per fortuna la risposta è stata molto buona – tipo “Tinder” è un bel pezzo ma è chiaro che ho fatto uscire per primo anche per sfruttare l’elemento del bizzarro. Non è una canzone di un cantautore, poteva anche essere una “gag”, però “Crescendo” è un brano che è piaciuto e ciò mi ha dato molta sicurezza, quindi a giugno mi sono chiuso in studio e ho terminato i brani.

FW: Per me “Tinder” a primo avviso sembra una cagata, ma in realtà è una visione di come noi viviamo oggi i social, una cosa più profonda…

M: Per me il pezzo è esclusivamente sottotesto, però chiaramente devi dargli un secondo di attenzione. C’è una duplice lettura. Banalmente, adesso “Tinder” ha una reputazione migliore ma quando è uscita piaceva alle ragazzine e i fan di musica di 40 anni mi mandavano a quel paese. Per fortuna la gente l’ha capita, anche perché all’interno di “Cose Pese” non ci sono “gag” come questa.

FW: Riprendendo da qui, tutti i brani di “Cose Pese” sono leggeri ma, in realtà, sono molto attuali. Per te come è cambiato il modo di socializzare con gli altri attraverso i social, ormai parte della nostra vita?

M: Il problema è che sono una capra, non che non li sappia usare perché c’ho ventidue anni ma non ho un grande seguito, non capisco perché francamente – non penso di pubblicare brutte foto su Instagram e su Facebook – però non ti nego che se potessi non userei nulla, ma non è che non mi piaccia. È un gioco a cui decidi di partecipare devi farlo bene, se devo dire delle voglio raggiungere quanta più gente possibile. In questo momento è obbligatorio ma mi ci diverto pure, prima magari facevo più il coglione ma sono più maturato.

FW: Sei stato un po’ etichettato come “Itpop” per questo nuovo percorso di cantautore, ma mi hai spiegato che hai un approccio diverso alla musica. Sei mai entrato in contatto con questo mondo o hai ascoltato qualcosa che ti piace?

M: Bologna è quel mondo lì, l’anno scorso capitava di andare a bere con Calcutta per dire. Ho aperto dei concerti di Cosmo e cose così, è qualcosa che conosco bene e seguo. Parliamoci caro: Calcutta lo ascolto ma l’ultimo album assolutamente no, Galeffi non conosco manco una canzone. Credo che l’”Itpop” sia una questione di gruppi Facebook – che cazzo centra Cosmo con Calcutta, non lo capirò mai, eppure loro due e i Thegiornalisti stanno nello stesso buco ma io non ce la vedo troppo bene. La differenza tra me e loro credo sia l’importanza all’attenzione del suono. A me sembra che “Itpop” significhi anche la ragazzina che fa cover con la chitarra e io canzoni con chitarra e voce non ne ho fatte e penso che non ne farò francamente. Penso di piacere anche a chi piace la musica elettronica o con un orecchio solo per la musica e meno per il testo.

FW: Parlando di collaborazioni, avevi fatto un remix di “Accattone” di Frah Quintale. Com’è nato il tutto?

M: L’anno scorso – se non due anni fa – mi avevano invitato quelli di Undamento (l’etichetta di Frah Quintale ndr) a lavorare su dei beat con il loro produttore Ceri a Milano. Così ho conosciuto Frah, che all’epoca non era la popstar di adesso e siamo rimasti in contatto. Quando è uscita “Accattone”, il giorno dopo avrei dovuto fare un DJ set a Radio Raheem e volevo inserirla dentro ma non potevo passarla perché non ha nessun tipo di beat, così ho messo una semplice batteria sopra e l’avevo mandata. È piaciuta, mi hanno detto: “Perché non la fai sul serio?” e mi hanno mandato la voce, così ho fatto una mia versione. È nata per scherzo ma alla fine l’ho fatta per davvero.

FW: E invece con Masamasa come vi siete conosciuti?

M: Masamasa è di Caserta ma io non l’ho mai visto lì, ci siamo conosciuti a Milano perché lavoriamo per lo stesso editore. Da subito volevamo fare una collaborazione ma non avevamo deciso niente. Quest’estate eravamo entrambi a Caserta e ci siamo beccati e, visto che avevo scritto “Cose Pese” che parla di un casertano che sta in un’altra città, mi sembrava sensato collaborare su questo pezzo. Alla fine, dopo due ore, mi ha inviato la sua strofa!

FW: Tornando ai brani di “Cose Pese”, un pezzo che mi è piaciuto è “Crescendo”. Immagino che stai parlando di come sei cresciuto negli anni: vuoi raccontare com’è nata e il pensiero che c’è dietro?

M: È il brano che più mi può rappresentare “umoralmente”, mi sento come il ritornello di quella canzone. Il fatto di crescere l’ho visto come prendere per forza un indirizzo. Mi sento abbastanza annebbiato nei confronti della modernità, però sono anche uno che ha studiato Economia e che deve andare da qualche parte, in questo caso o al bar o in chiesa. Chiaramente è tutto sfumato attraverso il fatto che sono un piacione e quindi magari lo dico parlando di donne. Oltre a questa insoddisfazione e insicurezza nei confronti del presente, io ci vedo pure una voglia di smettere di fare il coglione con le donne – comunque una cosa che non ho mai fatto particolarmente – ma è sempre un rifiuto della modernità perché sono uno che vuole essere abbastanza concreto. Credo che questo sia crescere.

FW: Comunque in quest’ultimo anno sei passato da un ambiente piccolo e da club a palchi più grandi come il MI AMI Festival. Come hai vissuto questo passaggio?

M: Ho capito che alla gente non gliene frega un cazzo! Anche se sei in un contesto grande, la gente non va lì a scoprire nuovi artisti. Se non ti conoscono, tra le duemila persone che ti stanno guardando forse cento ti andranno a cercare su Instagram anche se magari gli piace la tua musica. Ho fatto un concerto sabato a Milano in cui c’ero solo io ed era a pagamento, chiaramente per gente che mi seguiva, e anche se il live è diverso dal disco tutti erano contenti. Quando sei davanti a un pubblico di gente disinteressata ti devi aspettare che la reazione non sia delle migliori. Non che non mi piaccia, ma perché penso che siano talmente concentrati su loro stessi che andare a un concerto non è vedere che cosa succede ma un’esperienza personale che è finalizzata a un obiettivo che ti sei dato ovvero vedere il tuo artista preferito.

FW: Infatti, parlando anche per esperienza personale, le persone non hanno la voglia di aumentare il proprio background musicale o per mancanza di qualcosa?

M: Da una parte c’è così tanta roba che non c’è un grosso interesse nello scoprire nuova musica. L’utente medio, che non è fissato, probabilmente non riesce a seguire nemmeno la musica più mainstream che ci sia. Lo spazio mentale delle persone non è pronto per la mole di musica che esce. Poi chiaramente non è che uno che ascolta Calcutta sia appassionato di musica: è come dire se io vado a vedere il film di Sorrentino di cui parlano tutti non è che poi, il giorno dopo, mi vado a vedere il film più strano che ci sia.

FW: Tornando invece al live di sabato, il primo dopo la pubblicazione dell’album, mi hai comunque anticipato che qualcuno è rimasto contento di “Cose Pese”. Com’è stato accolto?

M: I singoli erano quelli che tutti conosceva già, comunque ho strutturato i live aggiungendo più cassa e rendendolo più elettronico perché volevo che fosse un’esperienza per una persona che non conosceva nemmeno il disco e poteva ballicchiare. Il live nella sua integrità credo sia piaciuto e che la gente si sia divertita, ma non si ricorda le canzoni se non “Cose Pese”, “Tinder” e “Crescendo” (e ride).

FW: Perché son famose!

M: Eh, ma tu pensa che io ho iniziato a cantare cinque mesi e fare un concerto a Milano con boh… 150 ragazzi che cantano le tue canzoni mi sembra già un buon risultato! Poi chiaro, c’è anche chi esplode… Per me Calcutta è incredibile, mi piace tantissimo la sua musica però è uno che ha fatto un pezzo per il suo secondo disco e ha raggiunto il successo che ha adesso. Io mi rendo conto che non ho questo tipo di uscita, nel mio piccolo vedo una grossa crescita.

FW: Ultima domanda per lasciarti in pace: hai già date in programma per l’Italia?

M: È tutto per il 2019, lo sapremo meglio a dicembre. Al momento è tutto in programmazione!

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