Feline Interviews: Missey

MISSEY è una giovane cantautrice di origine foggiana ma formatasi artisticamente a Milano. Dopo varie partecipazioni ad importanti eventi per artisti emergenti, pubblica i suoi primi due singoli “Kaldera” e “Oslo“, due brani che attirano l’attenzione di critica e pubblico grazie alle incredibili capacità vocali e allo stile in bilico tra contemporary R&B e soul. Il 13 dicembre a ha pubblicato il nuovo singolo “Luci prima” prodotto da Lvnar, per l’occasione abbiamo scambiato due parole la giovane artista parlando di introspezione, di voglia di cambiamento, di questione di genere e anche del futuro della discografia.

Feline Wood: Parlaci un pò di te: come è iniziato il tuo percorso musicale e qual’è stato il momento in cui hai deciso di diventare musicista? 

Missey: Ho capito di voler cantare a dieci anni, dopo aver ascoltato per la prima volta Cyndi Lauper in “We are the World”; sembrava tutto così liberatorio e luminoso che anni dopo ho cominciato a studiare canto e a propormi in piccoli contesti locali e Jam in cui farmi conoscere. A volte tornavo a casa contentissima, a volte era tremendo, ma sentivo di dover far esperienza, non volevo più “cantare” a caso ma volevo diventare una musicista, quindi più ne facevo più miglioravo. Quindi così ho cominciato il mio primo anno anche a Milano:  riprendendo a studiare canto e partecipando a jam ed eventi tra Puc Festival, Jazzmi, Officine Buone, Serraglio e Cascina Martesana.

FW: Il nome “Missey” da dove nasce?

M: In inglese “missey” è a volte utilizzato per indicare quasi teneramente una “ragazzina” . E quando ho deciso di chiamarmi così mi ci sentivo effettivamente un sacco, perché ero super ostinata nel propormi a locali, ad eventi, cercavo ovunque, ma poi quando salivo sul palco mi trasformavo nell’estremo opposto: diventavo fastidiosamente timida e insicura. Un mix di ingenuità e testardaggine da bambina che mi rappresenta tutt’ora, con pro e contro

FW: Per una ragazza di Foggia trasferirsi a Milano è una decisione importante. Secondo te è inevitabile rivolgere lo sguardo verso i grandi centri come Roma e Milano per chi cerca fortuna in ambito musicale o artistico in generale in Italia? 

M:Credo sia necessario quanto meno affacciarsi e farsi un’idea di come sia vivere i grandi centri artistici, in Italia e non. Non si finisce mai di imparare, anche se spesso è un rischio: senti maggiormente la pressione, devi metterti costantemente in discussione ma anche imparare a dosare le tue aspettative senza pretendere troppo e subito da te stesso. Tuttavia solo trasferendomi in una grande città ho capito quanto effettivamente questo percorso contava per me.

FW: Scrivere canzoni è più difficile di quanto l’ascoltatore medio può pensare. Quali sono le difficoltà che incontri quotidianamente del tuo lavoro di songwriting e cosa invece ti viene praticamente naturale?

M: La cosa che sicuramente mi viene molto naturale è immaginare linee vocali, avendo studiato Jazz e lo scat per l’improvvisazione. Quando accendo il PC e collego il microfono, sento che potrei creare qualsiasi cosa. Giocare con la voce è un divertimento, soprattutto in questo momento musicale in cui la potenzialità di un pezzo sta nell’originalità dell’idea. Nei testi a volte può essere invece un po’ più complicato; ho cominciato a scrivere in inglese e ascolto prevalentemente r&b, soul statunitense : c’è un lavoro di sintesi e di riorganizzazione della ritmica che non può essere convertito da una lingua all’altra, ma va ricreato da zero.

 

FW: Hai appena pubblicato la tua nuova canzone “Luci prima” prodotta da Lvnar. Cosa puoi dirci su questa canzone e il processo creativo che vi è dietro? 

M: “Luci prima” è sicuramente nata come una sfida per me, le produzioni di Lvnar sono forti, precise e ragionate e io dovevo riuscire a creare sul beat scelto qualcosa che fosse all’altezza della situazione. Abbiamo fatto alcune prove, ci siamo inviati un paio di provini e, superata la paura iniziale, ho cercato di fare esattamente quello che più volte con sorpresa mi consigliava Lvnar stesso: “divertiti”, e così ho fatto. Non ho più pensato ad un risultato da raggiungere, quanto piuttosto a tirar fuori tutta la carica di cui ero capace. Così ci siamo incontrati in studio, ci siamo presi bene e l’abbiamo registrata per confezionarla infine con Shune e OMAKE nel mix e nella struttura.

FW: “Luci prima” parla di ritrovare confidenza con sé stessi arrivando a un nuovo livello di consapevolezza. La nostra generazione, quella dei così detti “millennials” è caratterizzata da un’aumento di disturbi come depressione e ansia ma anche da un maggiore interesse per le pratiche di mindfulness. In merito a questo pensi che “Luci prima” possa rispondere in qualche modo a una necessità generazionale o ti riferisci a casi più specifici in cui la fiducia in sé può essere messa alla prova?

M: Ho letto da qualche parte che uno degli obiettivi delle pratiche di mindfulness consiste nel saper godere del presente facendo spazio nella mente, cosa per me complicatissima; in più, quando ho cominciato a scrivere Luci prima ero in un periodo molto stressante in cui non riuscivo proprio più a visualizzarmi. Avevo bisogno di evocare un’immagine positiva di come ero in realtà e credo che mai come oggi tutti ne sentiamo il bisogno,  così circondati come siamo dal rumore e dalla fretta. Così l’immagine che ho ricostruito di me mi ha fatto un po’ da tecnica mindfulness: a far serata, ridere, stare in compagnia e, finito tutto, tornare a casa su di un tram che nel silenzio totale mi riportava dal centro alla periferia, regalandomi solamente le sagome buie dei palazzi fuori dal finestrino. È quello il momento più mio della giornata, che mi fa sentire me stessa e soprattutto viva, quasi in una meditazione. Questa pace ti fa riscoprire te stesso, e poi anche gli altri, come scrivo nel pezzo, capita così di incontrare qualcuno con cui poter condividere questi piccoli scorci di vita, senza perdere la propria individualità e self-confidence.

 

FW: Dopo “Luci prima” quali sono i tuoi piani futuri?

M: È dalla scorsa primavera che sto lavorando con tanti musicisti diversi che mi stanno facendo crescere; in più sto avendo la fortuna di potenziare i miei live, aprendo nomi come i Tauro Boys, Venerus o Ainè in contesti fantastici. Sto impacchettando il tutto per il 2020, non vedo l’ora di poter dire di più!

FW: La discografia ha visto momenti migliori rispetto alla situazione odierna. Secondo te, da artista emergente, cosa funziona ancora in questo mondo e cosa invece è antiquato e sostituibile? Di cos’ha bisogno e di cosa può fare a meno il mondo della discografia e più in generale della musica popolare all’alba del nuovo decennio?

M: Tutto ciò che è nato già come sostituibile credo che oggi vada definitivamente sostituito; molte delle rivelazioni degli ultimi anni sono proprio artisti che non hanno solo sovvertito un implicito sistema, ma ne hanno creato uno loro con nuove regole. Queste originali nuove realtà stanno in più sorgendo in armonia tra loro, godendo di questa varietà, rispettandosi tra loro e traendone vantaggio per nuove sonorità. Non esistono più generi, melodie incasellabili in certe categorie, ma infinite possibilità di scambio tra universi differenti. Qui risiede la vera quadra per la novità. E credo che anche il mondo della discografia stia comprendendo questo fermento, dando spazio e occasione a questi nuovi personaggi di spiegarsi: quindi non ci resta che farlo.

 

FW: La musica pop degli ultimi anni è caratterizzata da un notevole aumento di figure di spicco femminili (tra le nostre preferite ci sono FKA twigs, Grimes, Janelle Monàe e Solage) tant’è che il Primavera Sound nel 2019 ha deciso di inserire nella sua line-up un numero equo di artisti maschili e femminili, anche per contrastare la non equità che ha caratterizzato i festival musicali finora. Quali sono le sfide ancora da superare per l’industria musicale affinché si superi un modello fortemente androcentrico? Una giovane artista trova difficoltà legate alla questione di genere nell’Italia 2020 o si sta muovendo qualcosa in merito?

M: Mai come in questi anni le cose si stanno muovendo, Spotify for Artist organizza ormai abitualmente eventi dedicati alla scena femminile, ho partecipato ad un ultimo incontro e quello che ho visto è stata sicurezza, personalità e fierezza. Noi ragazze poco a poco siamo riuscite ad allontanarci da certi stereotipi sbocciando in tutto il nostro vero essere , ci siamo guadagnate molto più ascolto e considerazione. Ma senza pretenderlo, è accaduto da se, arginando noi per prime la questione, dimenticando dissapori e ripartendo da zero come se non fossero mai state messe in dubbio le capacità musicali femminili. In quattro anni trovo che siano cambiate tantissimo le cose e credo che la vera sfida per il futuro sia mantenere e arricchire lo spazio e i colori che l’universo femminile che siamo riuscite a creare.

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