Feline Interviews: Tōru

Tōru è il nuovo progetto di Elia Vitarelli, che prende vita dopo aver intrapreso una carriera musicale con il suo precedente gruppo I fiori di Hiroshima. Il cantautore toscano si è presentato, con una nuova veste al pubblico, attraverso il suo primo singolo dal titolo “Soli”: una canzone introspettiva che – come ci racconta – tratta di quella solitudine che si può provare perfino in mezzo a molte persone, quando ci sentiamo incompresi, inadatti.
Questo sentimento però, può esser condiviso con qualcuno che sia in grado di comprenderci e che ci faccia capire che queste sensazioni sono comuni in ognuno di noi, anche se spesso tendiamo a non mostrare la nostra interiorità.

Analizzando in maniera approfondita questo brano, grazie alla stessa spiegazione di Tōru
nell’intervista, si comprende che il protagonista non sia soltanto un “io” e la sua interiorità,
quanto un generico “noi” in rapporto alla società e le sfide che la realtà ci pone davanti.

Abbiamo avuto l’occasione di intervistare questo giovane cantante, analizzando con il suo
percorso artistico, le sue influenze musicali, la sua idea di solitudine e i suoi progetti per il
futuro.

Ciao Tōru! Innanzitutto, volevo farti i complimenti per questo tuo primo singolo di
esordio, che rappresenta un punto di svolta nel tuo percorso musicale. Ti chiedo di
presentarti e di presentare il tuo progetto.

Innanzitutto. grazie di cuore per i complimenti. Tōru è la mia nuova identità musicale, un
progetto che in realtà è nato oramai da un paio d’anni nei quali ho avuto modo di
preparare il lavoro che adesso mi trovo per le mani.

Il nome artistico che hai scelto prende spunto dal libro Norvegian Wood di
Murakami, uno dei romanzi di formazione più noti degli ultimi anni. Cosa ti ha spinto
a scegliere proprio il protagonista Tōru, come nome d’arte? Che rapporto hai con
questo libro e in generale con la letteratura e i messaggi che vuol trasmettere?

In realtà la scelta è legata strettamente al periodo in cui ho letto quel libro e il tipo
sensazioni che mi ha richiamato, oltre a un forte coinvolgimento personale. Praticamente
ricalcava un’atmosfera che stavo cercando di comunicare anche io musicalmente,
dipingendo questa ambientazione malinconica e molto emotiva. Soprattutto il fatto che ci
fosse questo dualismo tra aspetti sia meravigliosi che terribili della vita, ha fatto sì che mi
identificassi in quel tipo di comunicazione. Quindi in realtà, più che al personaggio in sé, per quanto la descrizione sul retro del libro calzi a pennello anche con un certo mio modo di essere, sono legato all’universo narrativo e comunicativo di quello specifico romanzo. Per farla breve, è stato il libro che mi ha insegnato a raccontare i tramonti.

Da dove deriva la scelta di abbandonare il tuo progetto precedente Fiori di
Hiroshima per iniziarne uno nuovo sotto questo nome? 

I Fiori di Hiroshima sono stati sicuramente una parte molto importante della mia vita: è
stato un progetto a cui ho dato vita in “tenera età” e durato diversi anni. Sicuramente devo
molto a questa esperienza perché mi ha insegnato cosa vuol dire investire la propria vita
nella musica e soprattutto mi ha dato modo di conoscere personaggi senza i quali adesso
non sarei ciò che sono, primo su tutti il produttore Nicola Baronti (Etruschi From Lakota,
Venus in Furs, Matteo Fiorino), grazie al quale ho avuto modo di fare un percorso di
crescita incredibile. L’idea di abbandonare il progetto Fiori di Hiroshima deriva
semplicemente da una naturale evoluzione delle cose: ciò che faccio adesso c’entra in
realtà poco con ciò che facevo prima, era giusto che questo capitolo fosse del tutto nuovo
e diverso. Senza cambiamento c’è rischio di puzzare di stagnante.
Ho ritrovato sia nel tuo precedente lavoro, che in questo singolo, un possibile filo
conduttore, ossia la scelta di raccontare i sentimenti e le interiorità di ciascuno di
noi, anche se con il primo progetto c’era un’impronta più rock e qui più elettronica.
In questo singolo, con semplici parole vai a toccare uno stato d’animo ricorrente.

Anche nelle prossime canzoni che pubblicherai vorrai veicolare messaggi così
personali?

Solitamente cerco sempre di avere uno stile di scrittura piuttosto introspettivo e tendente
allo “scomodare” certe risposte che il più delle volte nascondiamo in noi stessi per paura o
per insicurezza.  Sicuramente posso dire che se nel progetto precedente cercavo di
analizzare il mondo esterno, stavolta ho ricalibrato la mira parlando principalmente di
sentimenti più personali e legati a sfere emotive interiori. In “Soli” ad esempio c’è una forte
ammissione di debolezza personale, uno stato che di solito tendiamo a nascondere agli
altri per paura di esser giudicati “strani” o “inadatti”. Credo che questo tipo di confessione
sia la prima apertura che ci può mettere davvero in contatto con il mondo esterno. In ogni
caso, tutto il disco è un percorso molto personale che affronta vari temi: è un disco che
necessità un ascolto solitario, di questo ne sono certo.

“È un mondo difficile in cui è facile sentirsi soli” canti nel tuo singolo; ti è mai
capitato di provare questo sentimento per quanto riguarda il mestiere di musicista?

Pur non cantando queste esatte parole, credo sia vero che in questo mondo sia facile
sentirsi soli, per svariate ed ovvie ragioni. Si prova questo sentimento facendo i musicisti,
ahimè, per colpa di dinamiche sia culturali che sociali: il musicista non è un mestiere – nel
nostro paese – riconosciuto come tale e quindi non esistono né garanzie né reali aiuti o
tutele. Si è lanciati in un mondo insieme a tanti altri a sopravvivere con le poche forze che
si ha e questo causa un cortocircuito assurdo. In altre parole, una giungla in cui ognuno
cerca di sopraffare l’altro, mentre in realtà la chiave sarebbe proprio la condivisione e
l’aiuto reciproco. Fortunatamente esistono anche molte realtà positive che mi sento di
chiamare alternative ad un mondo fatto di squali e marchette.

Che rapporto hai con la solitudine?

Ho un rapporto piuttosto ambivalente con la solitudine. Credo che sia in realtà uno stato
che può essere veramente positivo se gestito con cura e senza paura di guardarsi dentro.
Nella stesura del disco mi ha aiutato l’esser tornato ad abitare in campagna, dove la
solitudine e il silenzio regnano, dopo quattro anni vissuti in città, tra traffico e palazzi.
La vera solitudine che mi spaventa è quella che si prova non con se stessi, ma quando ci
rapportiamo agli altri e al mondo al di fuori di noi, ossia quella che si prova anche in mezzo ad una folla, o ad una festa. Credo che la mancanza di comprensione sia, il più delle volte, il primo fattore di questo sentimento: per quanto mi riguarda mi sento solo quando, ad esempio, venendo a contatto con le persone, non trovo nessuno che possa veramente capire ciò che provo e ciò che sento. Questo mi spinge ad una ricerca costante che è presente sia in “Soli” che in tutto l’album.  Esistono altre forme di solitudine secondo me molto preoccupanti, ad esempioquella tecnologica o quella dei social media: tutte distrazioni che ci portano lontano dalrapportarsi davvero con ciò che si ha dentro, rendendoci poi incapaci di comunicare con gli altri.

Ho notato che il tuo profilo Instagram presenta solo fotografie in bianco e nero, c’è
un motivo dietro a questa scelta stilistica?

Si ma non credo che al momento lo svelerò. Alcune delle foto che hai postato sono state scattate da Valentina Cipriani.

Com’è nata questa collaborazione con lei? C’è un motivo per il quale hai scelto proprio lei?

Avevo visto alcune foto di Valentina e mi aveva incuriosito come fotografa. L’ho contattata e le ho chiesto di farmi alcuni scatti. Mi sono trovato subito a mio agio, è una persona veramente disponibile e con una voglia di lavorare che trasmette entusiasmo. È stata molto brava perché è riuscita a trasmettere l’emotività e l’ambientazione malinconica
presente anche nell’album. Abbiamo collaborato molto bene insieme anche per un altro progetto che sveleremo in seguito.

Ci racconteresti un po’ del tour che farai in giro per l’Italia, accompagnato da una
band? Da dove nasce questa collaborazione e che idea di live avete in mente di
portar sul palco?

Attualmente ci sono una decina di date in giro per l’Italia. Ci tengo a precisare che questo
non è il tour che stiamo organizzando per il disco, bensì una prima fase in cui
presentiamo ufficialmente il progetto. Insieme a me ci saranno altri 3 ottimi musicisti – i migliori con cui abbia mai suonato finora – senza i quali non sarebbe possibile ricreare ciò che si è ricercato nell’esperienza musicale dell’album. Porteremo sul palco una reinterpretazione dei pezzi ancora più fresca e molto dinamica, caratterizzata sia da strumenti elettronici che strumenti inusuali. Sicuramente è un concerto molto particolare, differente da quelli che ho avuto modo di vedere attualmente in questo ambiente. Avendo origini toscane, come i the Zen Circus o Motta (per citare due tra i tanti artisti), e avendo condiviso i palchi con tanti artisti importanti, volevo chiederti cosa ne pensassi del panorama musicale attuale, dove oramai è sempre più difficile definirsi all’interno di un unico genere specifico. Inoltre, volevo chiederti se per caso ti senti affine a qualche gruppo o cantante di genere indie, ma non solo, per quanto riguarda una scelta di temi o di stile musicale. La definizione Indie per me ha perso totalmente valore al giorno d’oggi. Ciò che ultimamente viene definito Indie è solitamente una forma di pop mainstream che rispetta
certi canoni quasi dogmatici. Per questo mi sento molto lontano sia stilisticamente sia per le scelte dei temi – solitamente “leggeri – sia per quelle musicali, dove nella maggior parte dei casi si predilige il minimalismo, mentre io ho realizzato l’esatto contrario inserendo nel disco arrangiamenti quasi orchestrali. Ovviamente nel panorama italiano esistono comunque anche attualmente degli artisti impressionanti: Iosonouncane per me ad esempio è musicalmente un genio, come d’altronde lo sono i Verdena. Ci sono molti altri artisti validi ovviamente: Brunori Sas, Baustelle, La rappresentante di lista, Dino Fumaretto. Solitamente, mi sento affine a chi si prende la responsabilità di affermare la propria identità senza scadere nella logica del conformismo e dell’uniformarsi con ciò che funziona.

Per conoscere meglio Tōru come artista, ci consiglieresti un paio di canzoni o
album che ti hanno influenzato nello scrivere questi nuovi brani?

Qui potremmo aprire un discorso lunghissimo. Cercherò di essere ultra-riduttivo e ne citerò solo alcuni. Sicuramente sono stato influenzato da “DIE” di Iosonouncane per quanto riguarda la parte musicale, mentre “A Casa tutto bene” di Brunori Sas sul fronte delle liriche. Ovviamente alla base ci sono i miei ascolti di sempre, passando da tutta la discografia dei Beatles arrivando a dischi come “Rise and Fall of Ziggy Stardust” di Bowie. Ho rubato idee da moltissimi dischi che purtroppo sarebbe impossibile elencare in questo momento.

Ultima domanda: tra dieci anni dove vorresti essere arrivato nel percorso della tua
vita artistica? Hai degli obiettivi definiti?

Se tra dieci anni sarà ancora importante parlare di arte, spero che potrò aver avuto modo
di fare tante, tantissime cose, e che molte di queste non si limitino alla musica: ho una
fortissima passione per il cinema, ho girato qualche videoclip e mi piacerebbe girare un
cortometraggio, magari un giorno approfondirò pure questo campo. Per quanto riguarda il
fronte musicale, spero che avrò modo di reinventarmi svariate volte senza mai ritrovarmi
a riciclare me stesso. C’è molto lavoro da fare e sicuramente adesso sto pensando non
tanto all’arrivo quanto più alla partenza. Ma sono fiducioso e credo che la strada di fronte,
per quanto lunga, sia sicuramente la migliore che abbia mai trovato finora.

A cura di Enrica BarbieriFutura 1993

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