Feline Week #4

Ogni giovedì l’appuntamento con i 4 dischi più freschi in circolazione

 

CHVRCHES – Love Is Dead

Genere: Electropop

I CHVRCHES mi hanno da sempre ammaliato e trovo dannatamente complicato resistere alle melodie di Every Open Eye senza perdere la dignità quindi non potevo che aspettare fremente questa nuova uscita. I CHVRCHES sono visceralmente pop, lo sono sempre stati, anche se in un modo o nell’altro sono riusciti a far breccia negli ambienti (e nei festival) più hip. E gran parte del merito, non è un segreto, è da attribuire a Lauren Mayberry che pur senza esibire una voce memorabile è riuscita, tra un glitter e l’altro, a dare al gruppo un’identità molto riconoscibile. La cosa ha funzionato, non poco. Con Love Is Dead, tuttavia, ogni parvenza di (synth)pop più o meno ricercato scompare lasciando posto ad arrangiamenti in territori da EDM radiofonica. Neanche il duetto con Matt Berninger dei The National può nascondere la vera anima di questo disco e noi va comunque benissimo così. Tuttavia questo nuovo episodio porta con sé alcuni difetti: 50 minuti per un disco di questo genere non sono necessari, anzi, hanno la sola conseguenza di appesantire l’ascolto tanto che quasi tutto il lato B appare francamente trascurabile. Se poi in Every Open Eye il brano (High Enough to Carry You Over) con Iain Cook, seconda voce del gruppo, al microfono era accettabile e anzi donava quel tocco di varietà, stavolta (God’s Plan) sembra messo lì per riempire la casella alla voce “male vocals”, un po’ come era successo nel disco d’esordio. In definitiva, se li avete amati continuerete a farlo. Se invece non li sopportavate, continuate a starne alla larga.

Da ascoltare se: avete Lauren nel cuor
in love with: Get Out

 

Tropical Fuck Storm – A Laughing Death in Meatspace

genere: Art Punk

La crasi distorta tra (i primi) Arcade Fire e i King Gizzard & The Lizard Wizard. Con gli AF condividono la presenza di una voce maschile e femminile (Gareth Lilliard e Fiona Kitschin, già all’opera nei The Drones ma in questo caso più amalgamati) che si intrecciano spesso e volentieri, con i secondi la provenienza (Australia) e le chitarre vorticose. Distorta perché la sensazione che ti lascia addosso A Laughing Deat in Meatspace è riassumibile con “a disagio”. A partire dalla copertina, che sembra uscita direttamente dalla versione horror di The NeverEnding Story, passando per la voce minacciosa di Gareth Lilliard. Distorta come le melodie che fanno da sfondo a liriche pessimistiche e di critica sociale con riferimenti talvolta curiosi (in coda a Soft Power l’addio di una moderna Dorothy a Scarecrow, lo Spaventapasseri del Mago di OZ, che a sua volta aveva connotati politici). Il risultato è un disco non immediato forse proprio per la presenza di questi spigoli eppure, ascolto dopo ascolto, una volta calati nell’atmosfera da fantasy oscuro (à la Labirinto del Fauno) il risultato è sorprendente.

Da ascoltare se: dopo i CHVRCHES vi sentite troppo sereni
in love with: You Let My Tires Down

 

Pusha T – DAYTONA

genere: Hardcore Hip Hop

Poco sopra parlavo di come 50 minuti siano troppi per un disco che dovrebbe avere nell’immediatezza il suo punto di forza. Ebbene, nello stesso giorno è uscito DAYTONA, la sublimazione di questo concetto, 21 minuti, neanche il tempo di rendersi conto di cosa stia succedendo e si è già stati travolti. Chi scrive non è appassionato di hip hop, non per disinteresse ma per semplice gusto personale e sono pochi i dischi di questo genere capaci di destarmi. Ebbene, se c’è un disco che ho consumato in questi giorni è proprio questo, capace com’è di rimbalzare tra melodie (e sample) soul dal gusto retrò e beat super coinvolgenti, spezzandoli (e sporcandoli) tra linee di basso e parti vocali aggressive. L’accoppiata Come Back Baby/Santeria è la perfetta sintesi di questo concetto e uno dei migliori episodi di questo 2018 in musica. Tutto merito, neanche a dirlo, di Kanye West, in veste di produttore (e presente in What Would Meek Do?). Tra un dissing a Drake reo (ma è storia lunga) di non essere l’autore dei propri testi e la classica poetica a cavallo tra droga, soldi (DAYTONA è il non originalissimo riferimento a un modello di Rolex), ego.

Nota a margine: la (stupenda) copertina altro non è che una foto del bagno di Whitney Houston risalente al 2006, all’apice della sua dipendenza dal crack, e per il cui utilizzo Kanye ha sborsato $85,000.

Da ascoltare anche se non siete amanti del genere e volete abbandonarvi al dio beat
in love with: Santeria

 

Kamaal Williams – The Return

Genere: Jazz-Funk

A un anno esatto dalla notizia improvvisa dello scioglimento dei Yussef Kamaal (progetto che aveva dato alla luce l’acclamato Black Focus), arrivata proprio nel bel mezzo del tour che li stava portando alla ribalta (e che era curiosamente proseguito parallelamente da ambedue i componenti), Kamaal Williams (al secolo Henry Wu) torna con un disco tutto suo. The Return, come ci si potrebbe aspettare dal titolo, non si presenta come un punto di rottura con il passato, anzi, non fa che riportare alle nostre orecchie quelli che erano stati i punti di forza di Black Focus, dinamiche eleganti e confezionate per essere gustate senza scomporsi. Nel lavoro del tastierista londinese questo concetto è ancora più evidente e ad essere onesti si sente un po’ la mancanza delle evoluzioni alla batteria di Yussef Dayes. Manca una vera e propria killer track, sebbene tutto suoni estremamente di classe. Nel finale c’è spazio per la sfavillante chitarra elettrica di Mansur Brown che regala quell‘imprevedibilità che era mancata fin lì, poi, il Nostro, si congeda nel modo a lui più caro, nel mare di synth di Aisha.

Da ascoltare se: avete bisogno della colonna sonora perfetta per il vostro personalissimo rooftop bar 
in love with: Salaam

 

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