Moby e Play, un capolavoro che dura da 20 anni

Sbucato sulla Fdr Drive, puntai a nord e premetti play sull’autoradio. Mi sfuggì un sorriso: ogni volta che qualcuno avesse premuto play su un registratore o un lettore cd, ci avrei guadagnato un nanosecondo di pubblicità gratis.

Non c’era nessuna aspettativa in Moby. Racconta così in “Porcelain: A Memoir”, il suo libro autobiografico uscito nel 2016 dove racconta la sua storia dall’adolescenza fino all’uscita di “Play” ben venti anni fa. Quel giorno stava viaggiando con un suo amico che produceva film hard-core; destinazione Boston per dare una mano su un film studentesco su un sex shop invaso dagli alieni. Un viaggio in cui, mentre guidava, stava riascoltando tutte e sedici le tracce – e non era troppo convinto da tutte.

Esattamente vent’anni dopo, “Play” è una pietra miliare della musica elettronica e mondiale. Tutt’oggi viene ancora venduto ed è facilmente reperibile su qualsiasi sito – il mio CD lo comprai per meno di cinque euro su eBay. Perché festeggiare questa perla, che inizialmente doveva essere un fiasco?

Dobbiamo ritornare indietro a quel 1999: in dieci mesi l’album di Richard Melville Hall vende poche copie, causa anche la rottura con l’Elektra per via del fallimentare “Animal Rights” – che, tanti anni dopo, venne poi considerato un bellissimo disco –, e solo la V2 Records, etichetta indipendente fondata da Richard Branson (un furbacchione, quello del Virgin Group per intenderci), si era presa la briga di stampare il lavoro.

Obiettivo iniziale di Moby e della V2? Eguagliare la vendita di “Everything Is Wrong” di 250.000 copie, in un ambiente che ormai aveva bistrattato Moby. È solo nel 2000 che scoppiò la febbre di “Play”: nel giro di un anno, ben 12 milioni di copie vendute in tutto il mondo, diventando uno degli album più venduti di sempre.

Il colpo di genio fu licenziare tutte le canzoni all’interno di spot pubblicitari, pellicole cinematografiche, programmi TV, tutto fatto solamente per avere la gente che ascoltasse la sua musica; io stesso ho imparato “Bodyrock” a memoria perché era presente nella soundtrack del videogioco “FIFA 2001”, letteralmente onnipresente sulla mia PlayStation. E poi, “Porcelain”, “Why Does My Heart Feel So Bad?”, “Natural Blues” e “Honey” sono ancora utilizzate oggi, ed è impossibile che nessuno le abbia mai sentite.

Non solo la bellezza delle canzoni: “Play” è un laboratorio fatto di campionamenti, e Moby non è nuovo a questo sistema che ha utilizzato fin dagli esordi. Un uso intelligente della musica altrui per creare qualcosa di nuovo, innovativo.

Ancora oggi, “Play” rimane un prodotto giovane e fresh, certamente invecchiato ma ancora attuale. Dunque, tanti auguri e lunga vita!

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