Non dobbiamo vergognarci di “Enema of the State” dei blink-182

Quando vado in discoteca – rarissime volte, ormai forse una volta l’anno – arriva sempre quel momento imbarazzante che il DJ della serata, tra commerciale di dubbia qualità e reggaeton, inizi a piazzare le vecchie hit dei primi anni Duemila. La gente impazzisce, soprattutto quando arriva il turno della blasonata “What’s My Age Again?” dei blink-182.

Sono passati venti anni. Sì, venti. Ai tempi ero solo un bambino di quattro anni che dipendeva ancora dal biberon di latte caldo alla sera, eppure quella canzone la conosco praticamente da sempre. Provate a chiederlo anche a un sedicenne di oggi e lui vi risponderà affermativo. E non solo per quella, ma anche per “Adam’s Song” o “All The Small Things”. Ricordo che nell’epoca che va dal 2005 al 2011 spopolavano band pop punk di dubbia qualità, tutte influenzate dai blink-182 e, in particolar modo, da “Enema of the State”. Perché ancora oggi è un album sempreverde all’ascolto?

Facciamo un passo indietro: Mark Hoppus e Tom DeLonge si ritrovarono nel 1998 senza il loro batterista Scott Raynor, la cui uscita non è ancora chiara – si parla di un ritorno agli studi, ma anche di forti problemi di alcol.  I due trovano in Travis Barker il giusto sostituto, forse di più: alla base sono uguali, ma la capacità di essere confusionario ma ordinato allo stesso momento (e una buona dose di velocità) rispetto al suo predecessore stravolge completamente il sound del gruppo. Risulta un suono più pulito è più potente, ma ci si mettono anche Mark e Tom che addolciscono la pillola del punk rock. E funziona tutto dannatamente bene.

Occhio che l’operazione comunque è un salto nel vuoto, un azzardo: ditelo voi ai fan che il registro cambia. E invece, passando dalle denunce all’adolescenza e alla droga a una serie di storie più serie ma con un velo di ironia tipica della band, tutto combacia alla perfezione. Ecco perché “What’s My Age Again?” e il resto dell’album funziona: che cazzo ce ne frega degli altri, diciamo quel che vogliamo e vogliamo divertici rimanendo coi piedi per terra. Un inno generazionale che ormai spopolava in quegli anni (quella di MTV), e che funziona tutt’oggi.

Non dimentichiamoci le piccole chicche: “Aliens Exist” era letteralmente il prologo di quello che è totalmente diventato DeLonge oggi, ovvero un ricercatore di UFO; “Going Away to College” potresti ascoltarla anche fra altri vent’anni; “The Party Song” e le feste di merda che manco vorremmo andarci – canzone che, tra l’altro, non suonarono per un po’ dal vivo perché troppo veloce.

“Enema of the State” fu anche la maledizione per i blink-182: da qui non riuscirono più a cambiare e a cambiarsi in meglio, continuamente perseguitati da quest’album anche molti anni dopo. Quando ritornarono alle scene dopo anni di pausa con “Neighborhoods” (altamente sottovalutato) sembrava essere quasi tutto cambiato, salvo poi vedere Tom abbandonare la nave per gli Angels & Airwaves (grazie a Dio) e i blink-182 diventare totalmente una cosa nuova: un trio che tenta di scacciare i veli del passato senza riuscirci.

Poco importa se “Nine”, l’ultimo loro disco, faccia cagare: “Enema of the State” è sempre disponibile all’ascolto, e non dobbiamo vergognarci se ci piace così tanto. La vera vergogna è non ammettere che lo adoriamo, anche dopo vent’anni.

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