Perché Sanremo 2019 conferma l’ignoranza dell’Italia

Il Festival di Sanremo 2019 è probabilmente l’edizione che tutti stavamo attendendo, appassionati di musica e semplici ascoltatori dell’ultimo minuto: un forte gruppo di artisti provenienti dal panorama musicale underground – “indie”, giusto solo per semplificare – si è affacciato dal palco dell’Ariston alla popolazione italiana, proponendo il proprio tipo di musica e difficilmente considerabile “sanremese”. Dunque una bella sfida, purtroppo persa perché The Zen Circus, Motta, Achille Lauro, Ghemon ed Ex-Otago sono finiti nella zona rossa, la peggiore. Una scelta della giuria demoscopica che fa riflettere sulla filosofia che si vive in Italia.

Per coloro che sono arrivati qui attirati dal titolo ci sarà sicuramente qualcuno pronto a lanciare un commento negativo al sottoscritto, che vede solamente i propri ascolti abituali e incapace di capire che Sanremo è, alla fin fine, Sanremo. La mia affermazione sull’ignoranza dell’Italia non è sbagliata, ma datemi del tempo per potervi spiegare questa forte presa di posizione.

Partiamo dall’analisi dei nostri eroi: sebbene molti avevano criticato la loro scelta di partecipare a Sanremo, gli Zen sono stati capaci di portare una canzone completamente nel loro stile, squisitamente politica e senza un vero ritornello. Una scelta coraggiosa che va al di là della tradizione della kermesse e schiaffando nella sua faccia la totale libertà della musica. Anche Motta è rimasto nelle sue note e, anche se la canzone ha diviso in parte i suoi vecchi ascoltatori, ha saputo non inclinarsi all’influenza di Sanremo.

È arrivato poi il turno di Achille Lauro, quello più atteso visto il background e il tipo di musica. Il romano ha abbandonato l’elettronica, puntando invece su un sound più rock ma non abbandonando l’autotune; mossa intelligente, anche quella di portare un testo ancora più semplice del solito e che parla a primo impatto delle finte apparenze nascondendo il tutto in frasi che sembrano banali. Ghemon si è confermato ancora una volta con la sua solidità cantautorale unita all’hip hop e al soul, con una “Rose viola” ricca della sua tipica poesia. Infine gli Ex-Otago, cambiati radicalmente da un anno a questa part, sono finiti nel fondo anche con una canzone così pop che potrebbe piacere a chiunque.

Quello che ha sorpreso ancor di più non è la mancata affermazione degli artisti qua sopra citati, ma la conferma di altri che propongono la stessa roba ritrita e ritrita di Sanremo, puntando sulla banalità dei testi e della costruzione delle canzoni. Giusto per citare in breve, Nek e la sua classica melassa d’amore, Ultimo e la sua finta originalità nascosta in un volto da bravo ragazzo, Loredana Bertè e quel rock plagiato dalle grandi band del passato.

Molte volte dimentichiamo che il Festival di Sanremo non è un talent show, ma appunto un festival sulla canzone italiana dove viene premiata – oltre l’interpretazione e la vocalità – proprio la canzone, i testi, la costruzione musicale, l’arrangiamento. E non è possibile che quella originalità e quella qualità tanto invocata dagli “esperti” di Sanremo venga affondata senza troppo clamore.

Fanno inorridire anche i commenti su Facebook, dove le persone ogni tre per due commentano con un: “Ma chi è?”, “Che schifo questo Sanremo!”, ecc.. L’ignoranza che dicevo è proprio questa: le persone che ignorano completamente gli artisti più nascosti del panorama italiano e pretendono di essere i massimi esperti, rimanendo chiusi nella mentalità della musica commerciale e sanremese.

Peccato per l’occasione persa da Sanremo e dall’Italia, incapace di dare un cambiamento e perdendosi negli stacchetti umoristici sulla dab che non fanno ridere nessuno, nemmeno i giovani.

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