Perché X Factor non ha più senso di esistere nel 2018

Finalmente è arrivato il caso di dirlo: si è conclusa la dodicesima edizione di X Factor, andata in scena ieri nella cornice del Forum di Assago. Non è tanto importante il nome di chi ha vinto – spoiler: è stato Anastasio – ma se gli artisti che si sono sfidati nel corso delle puntate sono stati interessanti, se hanno trasmesso una certa originalità e se hanno un possibile spazio nelle nostre playlist di Spotify. Se la risposta è un semplice ma efficace no state tranquilli: è assolutamente normale.

È la seconda volta nella mia vita che seguo dall’inizio alla fine X Factor, dopo averlo fatto lo scorso anno per semplice curiosità e dopo averlo abbandonato anzitempo negli anni precedenti quando decisero di eliminare gli Osc2x prima e gli O A K poi. Ogni volta risulta essere un parto perché, almeno per le mie orecchie, non trovo mai qualcuno o qualcosa che sappia incantare o solamente catturare la mia attenzione per almeno un minuto. In poche parole: sembra di mangiare il minestrone fatto dalla propria madre cucinato un mese fa, riscaldato ogni volta al microonde solo per renderlo caldo e fumante.

Soffermandoci solamente sull’edizione 2018, X Factor non ha regalato nessuna novità sul piatto musicale italiano. Esclusione fatta per i Bowland – trip hop soave e seducente, sebbene suonare strani oggetti come strumento non è una novità al di fuori del contesto dei talent –, ogni concorrente non aveva nulla da aggiungere. Soprattutto Anastasio, l’acclamatissimo rapper napoletano considerato l’innovatore del genere quando, nella realtà dei fatti, il rap cantautorato giri già da anni con Dargen D’Amico prima e Ghemon poi (e qui rimando all’ottimo articolo di Noisey); inoltre, la continua stonatura nelle parti cantate, almeno per un concorso canoro, non è contemplata e ha senso scrivere la parte rappata ex-novo solamente quando si coglie completamente il pezzo che si ha davanti – qualcuno ha detto “Another Brick In The Wall”?

Una cosa è certa su Anastasio: almeno di lui ci si ricorderà perché, in buona parte, ha avuto il coraggio di differenziarsi, non come hanno fatto i suoi colleghi nella gara, i cui nomi scorderemo da qui a sei mesi in avanti. Proprio qui sorge il problema che mi sono posto alla fine del tutto: ma X Factor e i talent servono ancora al giorno d’oggi?

Già il fatto che la X abbia spento dodici candeline è una cosa non da poco, marcandosi non più come una novità ma una normalità, che si ripete ogni anno e che lentamente sta stancando diverse persone. Difficile innovarsi ogni volta e X Factor non riesce a seguire le linee dettate da un presente che cambia rapidamente, sia nei generi che vanno di moda sia nel tipo di linguaggio con cui parla al pubblico. Basti vedere proprio il vincitore di quest’anno, un rapper che sì rappresenta una novità per il programma ma che, guardando quel che offre già il mercato, è indietro anni luce.

Altra cosa importante sono le canzoni proposte, ovviamente non scelte dai giudici – la stessa Mara Maionchi che sbraita contro chi canta in inglese ma poi i suoi concorrenti hanno solo canzoni con questa lingua. Sempre i soliti classici, sempre i soliti pezzi commerciali dell’anno ma mai qualcosa di più ricercato e accattivante. Anche tutti i singoli sono stati un fallimento dietro l’altro, costruiti malamente e, ovviamente, la maggior parte in inglese maccheronico.

La nota dolente è il dominio di Internet. La rete ha davvero aperto la strada a molti artisti, che sempre più riescono a farsi conoscere con le varie piattaforme streaming e con i propri canali social. Ovviamente, è difficile farsi notare anche su Facebook e Spotify, ma i tempi sono diversi da quando X Factor è nato e cercava talenti che erano impossibilitati ad uscire dal contesto locale e imprigionati nella classica sagra dell’asparago. Ora, tutti questi artisti dei talent scompaiono solo dopo una manciata di anni – chiedetelo agli Urban Stranger, ai Soul System e a Giò Sada, ad esempio.

X Factor e compagnia varia non servono assolutamente nulla se non a dare aria alla bocca a un pubblico generalista che si eleva a vero conoscitore e appassionato di musica, ma ancora incapace di navigare nei meandri nascosti della musica italiana a causa di una pigrizia acuta facilitata da un semplice tocco di telecomando, che apre solo uno spazio limitato. I veri amanti della musica hanno già da tempo spento la televisione.

Facebook Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *