The Necks, oltre la sperimentazione

Fine Novembre, quando l’inverno si appresta ad arrivare e la luce è sempre minore, sempre diversa. Il treno da Roma a Padova percorre deciso il suo tragitto, mentre le mie aspettative sul concerto di questa sera sono confuse, inconsapevoli. Avete presente quando vi propongono un concerto e non sapete cosa andrete ad ascoltare ne avete tempo o voglia di informarvi? Ecco, sono in quella precisa posizione.

Francesco, Marco e Aureo, colleghi amici o amici colleghi, mi avevano scritto la scorsa settimana, proponendomi il concerto live dei The Necks: trio jazz sperimentale, con più di 15 album all’attivo di cui l’ultimo, Unfold, pubblicato quest’anno, sono stati definiti dallo scrittore britannico Geoff Dyer “il più grande trio della terra”Giungo in orario perfetto stranamente, e mi avvio con tutti i miei pregiudizi musicali sulle avanguardie verso la location designata, aspettandomi appunto un locale pieno ma disordinato, con bicchieri di vino tra le persone, vestiti pensati, strutturati, profumi variopinti. Ma tutto cambia e si stravolge, come nella vita.

La location scelta dal Centro d’Arte degli Studenti dell’Università di Padova per l’evento finale della straordinaria rassegna 2017 è d’eccezione: la Sala dei Giganti di Palazzo Liviano. Entrando, infatti, vengo immediatamente contraddetto. Il largo stanzone dalla pianta rettangolare, decorato da un ciclo di affreschi ispirati ai De Viris Illustribus di Petrarca, mostra al centro il palco e davanti, schierate, 12 file di sedie, 6 a sinistra, 6 a destra,simmetriche, come se lo spettatore si trovasse dinanzi alla solenne celebrazione di un rito.
Non me lo aspettavo.

Recorded at Jazzhouse in Copenhagen
Filmed by Søren Rye
Mixed by Klaus Q Hedegaard

Ore 21.30, mi siedo, respiro. Si spengono le luci, arrivano i The Necks, vestiti di nero, in silenzio meditativo. Si dispongono nella loro essenzialità indicativa: Chris Abrahams (pianoforte), da’ le spalle a Lloyd Swanton (contrabbasso) e Tony Buck (percussioni). Nessuno sguardo, solo ascolto profondo. Eseguiranno due pezzi  intervallati da una pausa. La sala è piena, circa 500 persone di tutte l’età. Sono pronto.

Entrambe le tracce prendono vita da una nota, suonata dal pianoforte di Abrahams, apparentemente in maniera casuale, quasi come persa nel tempo, pausa del silenzio universale, anche se forse John Cage non sarebbe d’accordo.
Progressivamente ecco che la magia si crea. Il numero di elementi lessicali del loro linguaggio aumenta. All’essenzialità del piano si aggiunge il contrabbasso, a rispondere, come dialogassero. In questo scambio di battute intervengono, in maniera apparentemente casuale, le percussioni di Swanton, che, invece, sono sempre aderenti alla traccia, sempre adeguate. Mi colpisce la coerenza. Ciò che nasce dall’improvvisazione di una nota, diventa magnetico nel suo fluire in maniera costante, dando all’ascoltatore la possibilità di comunicare, attraverso la mente, con la loro perfetta composizione. La loro concentrazione è sacra: catarsi delle sporcizie della vita, un respiro per e dell’anima. Si riaccendono le luci, mi risveglio dal mio piccolo percorso. Sono le 23.10.
Guardo Francesco e Marco, sorrido. Respiro profondo. Torno a casa.

The Necks: viaggio tra le profondità del suono, dalla densità equilibratamente purificatrice. Oltre la sperimentazione.

 

 

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