Ho visto Sanremo per la prima volta


Ho deciso di seguire Sanremo quest’anno. Ho deciso di vivere il festival nella sua interezza, non perdendo neanche un minuto delle cinque serate.

Non l’avevo mai fatto prima d’ora. Dovete sapere che chi scrive ascolta e segue più musica estera che italiana, dunque tendevo a limitarmi unicamente a seguirne l’andamento e i risultati finali.

Questa volta però ho deciso di seguire da vicino le nuove proposte musicali, per capire cosa l’Italia avesse da offrire in questi cinque giorni.

Al netto delle controversie su chi ha vinto e chi ha perso, al netto degli sketch “comici” di Fiorello e Amadeus dalla durata infinita, delle giornaliere battute scontate di Ibrahimovic insieme ai duetti con Mihajlović e di Orietta Berti che allaga la sua stanza d’albergo per innaffiare i fiori regalatele a fine esibizione (sì, è successo davvero), vorrei però focalizzarmi su cosa mi ha lasciato questa 71esima edizione del Festival. Certo, son passate un paio di settimane dalla kermesse sanremese, ma sono state utili per un’analisi più approfondita del sottoscritto.

Il primo tema di cui voglio parlare è quello che definirei il curioso caso di Madame: la 19enne vicentina ha esordito a Sanremo con il suo brano “Voce”. Un brano che, senza girarci molto attorno, mi ha colpito da subito. La prestazione di Francesca è stata buona, anche se decisamente migliorabile, però voglio approfondire più il concept che ha deciso di portare.

“Voce”  presenta infatti un testo decisamente crudo nella propria stesura: a differenza infatti di altri brani d’amore in gara, la costruzione delle frasi non viene inutilmente arricchita con nessun tipo di figura retorica ridondante e il contenuto è ridotto all’osso nella sua forma più essenziale e diretta. Attenzione però: questo non va visto come l’elemento portante della canzone, anzi.

Il testo è così minimale e “debole” nella sua struttura perché si lega indissolubilmente alla base della canzone, fa da perno e da collante al fine da rendere possibile la immedesimazione dell’ascoltatore nei sentimenti provati dall’artista.
Qualora dunque questa simbiosi tra testo e base per chi ascolta effettivamente funzioni, allora il brano sprigiona la sua massima potenza emotiva. Nel caso non funzioni, allora testo e base rimarranno separati e sembrerà quasi di ascoltare parole vuote di significato.

Ed eccoci dunque al paradosso, il perché quello di Voce è un caso curioso: Madame ha infatti ricevuto il premio per il miglior testo.
Un premio che qualora ci fermassimo unicamente a leggere effettivamente il contenuto testuale risulterebbe alquanto fuorviante e immeritato, ma che in realtà rafforza il concetto simbiotico che ho espresso poche righe prima.

Discorso paradossalmente inverso invece per Colapesce e Dimartino, con la canzone “Musica leggerissima”. Qui parliamo infatti di una canzone con una base strumentale allegra e spensierata, che però fa da sfondo a un testo dai toni depressi e cupi: dunque, non un’unione, bensì un contrasto.
Il ritornello della canzone sembra essere quel classico chorus da hit estiva tanto caro ai venditori di cocco sulle spiagge estive, quando in realtà, se confrontata con il resto del testo, nasconde un significato nascosto rilevante e dai connotati quasi pascaliani.

Metti un po’ di musica leggera
Perché ho voglia di niente
Anzi leggerissima
Parole senza mistero
Allegre ma non troppo

La “musica leggerissima” per non cadere dentro “il buco nero” non è altro che una metafora per interpretare il rifiuto dell’accettazione, ma anche la fuga da uno stato di depressione dal quale non si riesce ad uscire. Un’ interpretazione attuale può essere la pandemia da COVID-19, dove il “buco nero che sta un passo da noi” è il contagio dal virus e la conseguente depressione e paura, mentre la musica rappresenta l’apparente rimedio terapeutico praticato per uscirne.

Metti un po’ di musica leggera
Nel silenzio assordante
Per non cadere dentro al buco nero
Che sta ad un passo da noi, da noi

Chiariamoci, però: non è nulla di rivoluzionario. Questo tipo di contrasto tra base e testo è ormai un escamotage ben collaudato e funzionante nella musica oltreoceano, tuttavia è impressionante come ciò sia stato capito da pochi.

Non solo non è stato riconosciuto alcun valore alla polisemia testuale del brano, ma sono state tante, forse troppe le persone che hanno bollato la canzone del duo siciliano come un mero tentativo di creare un tormentone estivo e senza accorgersi del messaggio celato dietro le parole, limitandosi a un rapido e veloce ascolto per giudicare: basta pensare che nelle prime serate il nome “Colapesce, Dimartino” non è mai stato presente nella top 10 generale, con il risultato che alla fine è fortunatamente mutato verso la fine del festival.

Dulcis in fundo, meritevole di nomina è anche Ghemon. Qui però più che di testi, parliamo di un cantante che con il suo brano “Momento Perfetto”  ha deciso di portare il soul a Sanremo. Scelta decisamente interessante e che mi aveva fatto molto contento, ma subito dopo ho iniziato a temere che potesse non riscuotere grande successo.

Così purtroppo è stato. Ghemon si è dovuto accontentare del 21esimo posto in gara, un posto che seppur con tutte le attenuanti del caso (certamente una resa live non perfetta, ma anche alcuni errori commessi nella performance), comunque non giustifica un giudizio così basso da parte delle giurie, della sala stampa e del televoto. Anche perché nemmeno in questo caso siamo di fronte ad una rivoluzione: il soul è un genere che, seppur ancora di nicchia, comunque viene decisamente apprezzato all’estero.

Nel luglio scorso, infatti, la cantante britannica Lianne La Havas (che tra l’altro gode di grande ammirazione proprio da Ghemon, basta leggere qualche riga del suo libro “Io sono” per comprenderlo) ha pubblicato il suo ultimo album. Un disco soul, dalle stesse tonalità dunque di quelle espresse nella canzone di Ghemon, ma che ha riscosso mediamente un ottimo parere critico seppur non vendendo tantissimo.

Ed è qui che voglio trarre le mie conclusioni e, per renderle più immediate, vi svelo un piccolo aneddoto.

Non tanto tempo fa ho avuto la possibilità di chiacchierare con un ragazzo di Liverpool chiamato Bobby, uno di quelli che ascolta praticamente di tutti i generi esistenti sul pianeta, sulla musica in generale. Dopo poco tempo la discussione si è spostata sulla musica italiana e Bobby mi ha raccontato di come, ad ogni pub o bar dove andasse qui in Italia, lui trovasse sempre la solita musica. Canzoni quindi apparentemente diverse, ma in forma e sostanza identiche. Un elemento per lui insolito, abituato alla grande varietà di generi presenti nei pezzi che vengono prodotti e ascoltati in UK, che ha ricondotto tutto ad un solo filo conduttore: la mancanza della voglia, ma anche della paura, di innovare.

Vi dirò la verità: sia per mancanza di prove effettive, che per un minimo senso patriottico, a quelle parole non ho mai voluto credere.

Anzi, ho seguito Sanremo fiducioso in una smentita, ma ahimè sembra essere la verità.

Perché se si celebra la vittoria del “rock” a Sanremo come un’innovazione, se basta solo saper cantare bene per proclamare un’artista, se brani già vecchi nel 1990 riescono comunque ad entrare nella top 10 di fine festival, allora l’Italia non è pronta all’ innovazione vera.

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