Il “Live Drive In” non è romantico, né tantomeno in sicurezza

Avrete sicuramente sentito parlare nelle ultime ore, sui social e sui maggiori quotidiani locali e nazionali, del “Live Drived In”, la nuova formula di live, concert e spettacoli, ripresa da alcune aziende, quali Utopia Srl, Zoo Srl, Italstage, e 3D Unfold (tutte imprese private nel settore di organizzazione eventi in Italia) e già messa sul tavolo da 20 città italiane quali: Milano, Roma, Firenze, Torino, Bologna, Napoli, Verona, Catania, Genova, Bari, Cagliari, Cosenza, Mantova, Avellino, Reggio Calabria, Lamezia Terme, Lido di Camaiore, Olbia, San Benedetto del Tronto e Palermo. Una nuova riscoperta, se così la si può chiamare, dei vecchi drive in americani, insomma gli stessi che tutti noi siamo stati abituati a vedere nei film hollywoodiani, e riportata in auge nel lontano 2020, praticamente ex novo, senza neanche troppi sostanziali aggiustamenti o accorgimenti.

La soluzione dunque, a detta degli addetti ai lavori sopra citati, sarebbe quella di entrare in un parco macchine, immagino organizzato già con dei posti numerati ed assegnati a ciascun visitatore, ognuno quindi con la propria autovettura (appena lavata e lucidata, sia chiaro, come quando si andava al festival tutti vestiti bene). Una trovata, dunque, che dovrebbe così tornare a dar vita e ossigeno a tutta quella fetta dell’arte, intesa live, che altrimenti non sarebbe stata più possibile esistere per motivi di distanze di sicurezza.

Si parla come obbiettivo ultimo quello di sostenere tutta la filiera di cinema, teatro e musica live, ad oggi in ginocchio con più di 300mila lavoratori stimati in disoccupazione, e con perdite per decine di milioni di euro ogni settimana, quegli stessi lavoratori però ad oggi in disoccupazione o sotto cassa integrazione senza una prospettiva futura, almeno prossima, di ripresa concreta e intelligentemente ponderata, tali anime messe in ginocchio proprio dagli stessi signori culo e camicia con gli illustri e non-illuminati decisori.

Ma, tornando a noi ed allontanandomi dalla (mia solita) polemichetta politica, la “soluzione” drive in per un live, oltre ad essere distòpica e apocalittica, è oltretutto non sostenibile. Per chi davvero vive di organizzazione eventi e per chi, dietro a loro, vive con il parteciparvici, sa bene che un live drive in: non ha senso, non è magico, non è romantico e non è, pensate un po’, nemmeno sicuro. Significherebbe infatti trasformare un’ipotetica location in un parco macchine adibito da vero e proprio parcheggio pubblico a venue avveneristica, nella quale ognuno di noi, dentro il proprio veicolo, possa sgranocchiare patatine seduto comodo su un sedile mentre “partecipa” al concerto della sua band preferita. Ebbene la sicurezza, quest’ultima, in termini propri, non sarà più “il metro di distanza minimo”, ma vedrà tutto un indotto provocato da automobili che arriva tutto insieme, o quasi, ad un ingresso location/parcheggio, immaginando decine o centinaia di parcheggiatori con le proprie lampadine (e mascherine) a cercare ad ogni visitatore il proprio posto auto della fila, mentre tutti dietro strombazzano -inevitabilmente isterici- in coda, prima e dopo il live. Un primo problema, dunque, oltre quello sulla sicurezza, anche di carattere logistico-organizzativo.

Inoltre, una venue open air che, ad esempio, avrebbe fatto sold-out con 100mila spettatori, adesso si ritroverebbe con 100mila automobili (poichè ovviamente nel rispetto del metro di distanza, a meno che non siate possessori di una limousine, dovrete andare ciascuno con la propria auto, mi spiace) tutte nello stesso gigante parcheggio, a friggere sui propri sedili che saranno purtroppo le uniche cose di pelle che rimarrano al posto dei giubbini. Il tutto ovviamente caratterizzato da enormi costi di gestione, di messa in opera e di sicurezza in virtù del fatto che, per ovvi motivi numerici, si avranno: palchi evoluti e abbondantemente al di sopra della misura d’uomo, luci amplificate per entrare nelle automobili di ciascuno, potenza di impianti audio e di conseguenza anch’essa sovrastimata (e uomini della security che in realtà, a detta di un mio amico, non saranno più uomini ma carroattrezzi ndr.); il tutto, ovviamente, spendendo energia elettrica per riempire la mole di spazio -e di tristezza che mi assale- sia, appunto, dal punto di vista del suono che del visual dello spettacolo stesso. Il tutto confezionato ad hoc in una parvenza da physique du role della sicurezza. Senza soffermarmi poi, più del dovuto, sul fattore di sostenibilità ambientale che di certo non gioverebbe al nostro caso un assembramento di bruciatori di idrocarburi paraffinici, tutti insieme, in qualche centinaia di metri quadri. E poi ancora un pogo che si vedrà tramutarsi in auto-scontro, e un abbono in gettoni lunapark di Coney Island.

Okay, finalmente l’ingresso in scena degli attesissimi artisti, i quali unici occhi non empatici che riusciranno a scorgere saranno i fari delle Fiat 500 in transenna, e gli unici applausi ed urla che si sentiranno arrivare saranno proprio i clacson dei malcapitati in coda sopra citati, su di un piazzale di cemento più grande e vuoto che mai, tra una folla di plastica, gomma e latta, e puzza di gasolio.
In un vuoto cosmico di soluzioni reali e idee pragmatiche, mai ascoltate in Italia dai vari Ministeri della Cultura, si vanno così a sommare ad oggi grandi idiozie di giganti privati i quali mascherati da uomini risolutori, hanno solo puzza di arrivismo. Come al solito, insomma, boomer sì, ma stavolta dal cuore vintage. Lo stesso vuoto che assale ognuno di noi che di questa roba qui ci si è nutrito davvero, ci vive tutt’ora (economicamente e non) e ci vivrà in futuro. Per tutti coloro che si sono trovati partecipanti attivi e non, addetti ai lavori e non; “semplici” fruitori di un bene che è a servizio pubblico della cultura, la stessa che è aggregazione e socialità, senso di appartenenza a quella microsocietà formatasi appunto anche solo per l’intera durata di un festival, ma che poi si è protratta avanti negli anni, crescendo con le proprie forze, nella quale oggi a pieno ci si riconosce, e che non ha bisogno di idee strambe di nessuno, ma solo di aiuti concreti -se ci si crede davvero- altrimenti ciao.

Che la soluzione non sarà, come molti pensano, da un lato all’altro di un finestrino, scrivendosi su whatsapp; ma che è -e dovrà continare ad essere- linfa viva e senziente di un bene necessario e sensibile, insito negli occhi e nelle orecchie di chi partecipa; anche se si tratterà di sorridere all’amico, ognuno sotto la propria mascherina.

Insomma, DPI per tutti e automobili nei parcheggi, che un live è fatto di persone, e perciò si sta in piedi.

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