Sanremo 2021: quando la rivoluzione dei Maneskin per il Festival (non) è rock

Partiamo con una grossa premessa: il Festival di Sanremo mi ha (e ci ha) insegnato che ognuno ha la propria canzone o il proprio cantante preferito, in una polemica continua su chi merita effettivamente di vincere la kermesse. Capite bene che qui, in questo articolo, sto esprimendo un’opinione molto soggettiva, prendendo comunque in prestito elementi neutrali dalla mia persona.

Detto questo, iniziamo dalla notizia succosa proveniente direttamente dal Teatro Ariston: hanno vinto i Måneskin. Una band romana formata da quattro ragazzi poco più che adolescenti esplosi con X Factor e i primi (a memoria, sicuramente da molti anni) a far trionfare il rock. Tutti, perlomeno nei commenti della pagina ufficiale del Festival, emozionati perché, finalmente, si fanno largo i giovani e vince la nuova musica. Ma si tratta davvero di una rivoluzione?

A questa domanda si può rispondere con due risposte, anche nello stesso momento:

  • Sì: un gruppo giovane, acclamato dal pubblico e rockeggiante (a differenza, ad esempio degli Stadio) si fa largo tra tanti artisti virtuosi in gara. Niente pop, niente elettronica: le chitarre nude e crude spezzano l’egemonia della musica “commerciale”;
  • No, perché quella dei Måneskin è comunque una musica “del popolo” adatta per la radio, con un sound e una costruzione musicale e dei testi ben lontana dall’essere rivoluzionaria. Antiquata, indietro di circa 30 anni rispetto a dove si trova il rock internazionale.

Ieri notte, quando sono state annunciate le prime tre canzoni in classifica, sono sbucati Ermal Meta, Francesca Michielin-Fedez e i Måneskin. Se sul primo non si avevano dubbi – aveva guidato la generale in tutte le serate precedenti –, qualche domanda ce la poniamo sui restanti: la coppia Michielin-Fedez è risalita dal 17° posto in un giorno solamente con il televoto, su incentivo (anche) di Chiara Ferragni, mentre la band romana dal 5°, sebbene avessero iniziato dal 15° della prima serata. Proprio a seguito di questi risultati, nasce una riflessione spontanea: ma davvero quello che piace al pubblico equivale alla qualità della canzone in gara? Mi spiego meglio: è in grado una persona che non segue il mondo della musica, non coinvolto o appassionato così fortemente, abituata ad ascoltare il primo brano che passa per una radio commerciale, ad avere i giusti strumenti per poter valutare al meglio un pezzo?

Secondo me no, ovviamente. Non sto dicendo che non dovrebbe votare, ma dare un giusto peso al suo voto. Sebbene ringrazio il pubblico per averci fatto evitare Ermal Meta vincitore – a mio parere, buona canzone ma classica e banale per Sanremo –, alla fine ha vinto chi è abituato al televoto. I Måneskin sono nati in un talent show come X Factor, osannati fino allo sfinimento nonostante abbiano perso la finale contro Lorenzo Licitra (a proposito: ma qualcuno lo ha visto da qualche parte?) e con i palazzetti gremiti di una bolgia immensa. Tutto questo non ha niente del classico “rock” fatto di gavetta nei piccoli palchi e locali, senza la guida di una major, senza le loro figure studiate a tavolino (vi ricordate come si erano presentati alla prime audizioni di X Factor?). Nemmeno i testi, fotocopiabili con quelli del proprio primo album, e le sonorità sono una novità sulla scena italiana: fanno di più pilastri della storia (Massimo Volume, Giorgio Canali, Raein, The Zen Circus, Verdena e molti altri) e giovani leve (Quercia, Voina, Lucio Corsi, Fast Animals and Slow Kids, e anche qui molti altri). Non lo penso solo io ma anche quelli di Rockit.

Le rivoluzioni, perlomeno quelle piccole, si giocano sempre nelle posizioni successive. Gli Extraliscio con Davide Toffolo hanno portato la miglior canzone di questa 71esima edizione, sempre a mio parere, incentrata sul tema del desiderio, costruito su sonorità atipiche per il pubblico generalista ma anche per lo stesso Sanremo; oppure Colapesce e Dimartino, una collaborazione che ha regalato uno dei migliori album del 2020 e il cui brano, incentrato sulla depressione, è stato premiato dalla sala stampa; o ancora, Willie Peyote che porta sì dei luoghi comuni ma con la sua sfacciataggine a cui ci ha abituato da diversi anni (e non conosciuta dal pubblico sanremese). Ci sono moltissimi esempi che si possono fare, ma è evidente che chi ha il maggior seguito avrà sempre la meglio su tutti, perlomeno sul televoto.

Sono già lontani i tempi in cui vinse la vera rivoluzione firmata Mahmood, R&B contemporaneo e ricco di quegli elementi trap/hip hop della musica “gggiovane” del nostro tempo e tanto odiata dalle vecchie generazioni. Non dimentichiamo che quella volta – alla fine, due anni fa – a premiarlo come vincitore fu la sala stampa e la giuria d’onore, con il televoto che valeva ben il 50% e che voleva schiaffarci in alto Ultimo e Il Volo. Poi il successo commerciale premiò Alessandro, anche al di fuori dell’Italia.

Ritornando ai Måneskin, se aiutano a far riportare il rock nelle case popolari mi trovate come il loro primo supporter, ma non dimentichiamo cosa vuol dire il “vero” rock, sia nel ruolo assunto sia nel sound che si evolve. Tralasciando le polemiche sul plagio agli Anthony Laszlo che trovo forzatamente forzato.

Alla fine, rimane una sola certezza: le classifiche di Sanremo deludono e deluderanno sempre tutti. Invece, i nostri ascolti rimarranno sempre quelli.

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