Futura 1993 x Feline Wood: al Club To Club 2019 con Tananai

Mi mancava Torino. Soprattutto, mi mancava il Club To Club: a dire la verità non ho perso un’edizione dal 2015 in poi, ma i dodici mesi che separano un’edizione dalla successiva sono abbastanza per sentirne la mancanza.

Sarà che la location suggestiva dei capannoni di Lingotto Fiera in cui si svolge ti fa pensare di trovarti nel mezzo di un rave in una zona industriale, invece che nella raffinata città del “bunet” (se non sapete cosa sia, per prima cosa aprite Google, poi chiamate la vostra mamma e fatevelo preparare, infine venite a ringraziarmi). Sarà che il periodo dell’anno in cui cade mi fa venire voglia di dimenticarmi come mi chiamo e ansie annesse per qualche giorno, sarà che posso andare al Balon e rifarmi il guardaroba con 50 euro, sarà che gli artisti chiamati ad esibirsi ogni anno sono tra i più interessanti del panorama internazionale.

Sono rimasto molto colpito dalla lineup di quest’anno: ho inizialmente oscillato tra la felicità nello scoprire il nome di  Flume tra gli headliner, la curiosità di ascoltare dal vivo artisti che ho sempre apprezzato ma che non ho mai avuto la possibilità di vedere dal vivo (Battles, Slowthai, SOPHIE) la diffidenza verso alcune proposte (tra le quali spiccava il dj set di Romy degli xx) e la tristezza nel constatare l’assenza di Nicolas Jaar, nonostante l’edizione di quest’anno si intitolasse “La Luce Al Buio”, come la frase estrapolata da un discorso di Franco Battiato con cui il produttore di NY iniziò il suo dj set a chiusura dell’edizione del 2017.

Con queste premesse, dopo una cena gentilmente offerta da amici di amici e annaffiata da un bel pò di Barbaresco, mi dirigo a Lingotto, dove tra le mille difficoltà nel trovare un parcheggio (Guido, spero non ti abbiano dato una multa per quel parcheggio azzardato) inizia il mio venerdì al C2C.

Vengo accolto dall’elegantissimo e ibrido live dei 72 Hours Post Fight, che gusto fino in fondo prima di spostarmi verso la sala principale e gettarmi tra le dolci melodie della voce di James Blake: avevo già avuto occasione di ascoltarlo dal vivo allo Sziget Festival di quest’estate e, proprio come la prima volta, non delude le mie aspettative. Nonostante fossi partito abbastanza prevenuto, convinto che avrebbe riproposto lo stesso identico live di Budapest, mi rendo piacevolmente conto che la scaletta è molto più varia, propone più pezzi dei suoi vecchi album.

Così, con ancora in testa “Limit To Your Love”, vado ad ascoltare i miei adorati Battles, che personalmente si rivelano un po’ deludenti, sarà che avevo ancora in testa il loro iconico video di “Atlas” (vedi video qui sotto) in cui sono belli, giovani e pimpanti, mentre questa volta li vedo statici sul palco e avverto poco l’energia che sono riusciti invece ad imprimere al loro ultimo album. Ma sticazzi, è colpa mia, non mi ricordavo quel video fosse di 12 anni fa e che la gente invecchia – ho comunque saltato come una ragazzina quando hanno suonato il sopracitato “Atlas”.

Arriviamo al main guest della serata, ovvero Flume, che reputo un idolo sin da quando pubblicò il suo primo ep ormai 7 anni fa, e che mi ha sempre ispirato nelle mie nottate di produzione in cameretta.

Vado in brodo di giuggiole mentre apre il suo dj set con “Helix”, mi dimentico della mia dignità quando piazza delle vecchie banger di Mr. Carmack, Eprom e Mura Masa (“Lotus Flower” ad esempio), artista del quale tra l’altro suonerà più pezzi nel corso della serata. Chiama sul palco Reo Cragun per cantare “Friends” uno dei suoi ultimi singoli e Vera Blue per supportarlo vocalmente nella celeberrima “Never Be Like You”.

I momenti in cui libero più endorfine sono quelli in cui ha suonato “Sleepless” e, ovviamente, i suoi remix di “Tennis Court” e “You & Me” rispettivamente originariamente di Lorde (tra l’altro, la zia che fine ha fatto?) e Disclosure.

Chiude il set richiamando nuovamente Vera Blue sul palco per cantare “Rushing Back”. Insomma, se avete passato la vostra adolescenza ascoltando “Future Bass” come il sottoscritto, finito il suo set avreste sicuramente levitato a 5 centimetri dal suolo, come il sottoscritto.

Soddisfatto e contento ho ballato per il resto della notte, e sono andato a dormire felice ma infreddolito dal freddo porco di Torino a novembre.

Il giorno dopo mi alzo, mangio una calamarata, con meringhe con crema di marroni per dessert. Non potete capire che buone.

Faccio un salto al Balon, il tempo poi di un riposino pomeridiano ristoratore dopo cui vado a vedere la mia Inter in un Pub del centro. Contento per la vittoria dei miei ragazzi vado a bere qualcosa in San Salvario e prendo la metro, che mi porta direttamente a Lingotto per la mia seconda avventura. Daje.

Nonostante l’ultimo album dei Chromatics mi abbia lasciato parecchio perplesso, il loro live mi piace, sarà che Ruth Radelet è come mi immagino che sia un angelo, sarà che mi hanno ipnotizzato la prima volta che li ho visti suonare “Shadow”  alla fine di un episodio di Twin Peaks. Corro poi a ballare sui ritmi funkeggianti di quei presi bene dei Nu Guinea: grazie ragazzi, siete sempre una gioia, mi fate vivere anni che non ho vissuto.

Floating Points alterna momenti di euforia a cassa dritta a momenti di respiro con transizioni ambient abbastanza lunghe, per poi ripiombare nella frenesia della techno e dell’house. In sostanza, ha fatto il suo sporco lavoro.

Arriva il momento del mio grande dubbio relativo alla performance che può portare Romy nel suo dj set. Sebbene inizi malissimo (porta il vessillo dei miei acerrimi nemici, ovvero la nuova maglia della Juventus realizzata in collaborazione tra Adidas e Palace), mi fa cambiare idea immediatamente piazzando “Only Human” di Four Tet che personalmente adoro. Sicuramente Romy lo sapeva e l’ha fatto apposta per farsi perdonare quella maglia odiosa. Ti voglio bene Romy.

Corro a vedere gli ultimi trenta minuti del live di SOPHIE, a cui ero interessatissimo, e faccio bene, perché ne rimango estasiato: trap distopica, nightcore, muri di synth e sound design spaziale. Geniale.

Una volta finito il live di Sophie mi muovo verso la sala principale per scoprire chi possa essere questo famigerato “?” che sta per chiudere l’edizione di quest’anno.

Come un bambino che la notte del 25 Dicembre scende le scale di nascosto percorso da una scarica di adrenalina convinto di trovare Babbo Natale (e invece trova il padre in mutande a piazzare i regali sotto l’albero): così mi sento quando scopro che il “?” non è Nicolas Jaar. La speranza è l’ultima a morire.

Ad ogni modo, all’inizio non mi piace per niente, lo trovo inutilmente aggressivo nella scelta dei pezzi, mi ricredo lentamente quando opta per una techno dai suoni meno da festival e più adatti a un club, più scuri.

Lo ringrazio con un sorriso grande quanto il mio ego per avere chiuso questa edizione con “Archangel” di Burial. Forse ho capito chi sei. (K…. )

Le luci si accendono, la festa è finita e io vado a dormire stravolto ma felice di non essermi perso questa edizione del C2C, che a mio modestissimo parere si riconferma a mani basse uno dei festival più interessanti d’Europa, e il migliore d’Italia del periodo autunnale senza dubbio.

Ciao Torino, spero di vederti ancora tra un anno, così mi mangio ancora il Bunet.


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