…Baby (not) one more time

ATTENZIONE: il seguente articolo contiene diversi spoiler.

È passato qualche mese dall’uscita della terza e ultima stagione di “Baby”, una delle serie televisive italiane più note del catalogo di Netflix. Non solo: è stata una delle più chiacchierate e acclamate così tanto qua in Italia che pure all’estero è stata apprezzata, tant’è che Benedetta Porcaroli è riuscita a farne di strada fino al film “18 Regali”.

Con colpevole ritardo, ho riflettuto a mente fredda su “Baby” e su queste tre stagioni cominciate con tutto nel 2018: ai tempi mi ero iscritto a Netflix per la prova mensile gratuita solamente per poter vedere “Black Mirror: Bandersnatch”, rinnovando poi erroneamente l’abbonamento. Con la gente impazzita proprio per “Baby” e scoperto che nella colonna sonora c’era Yakamoto Kotzuga, ho deciso di spendere il mio tempo per i primi sei episodi, costringendomi ogni anno a proseguire con i seguiti di stagione.

In breve, la trama per chi non la conoscesse: Chiara Altieri e Ludovica Storti sono due adolescenti (anche se non sembra, ma sorvoliamo) che vivono nel quartiere dei Parioli di Roma, quello dove vive la gente ricca e benestante per intenderci. Frequentano il liceo privato Carlo Collodi e fanno cose che ci si aspetta da quell’età: festini, primo contatto col fumo e con l’alcol e così via. Con le conoscenze di Ludovica, lei e Chiara vengono poi introdotte in un giro di escort proprio nella città capitolina.

Per chi si fosse perso il riferimento, la trama è chiaramente ispirata alla lontana al famoso scandalo delle “baby squillo” – da cui il titolo della serie prende nome – dei Parioli nel 2013, quando delle ragazzine minorenni si prostituivano a diversi adulti di Roma.

Non nascondo che l’ispirazione c’è ma, quello che manca, è la realizzazione finale. E tutto ciò porta a una faticosa terza stagione che conclude praticamente il nulla. Salgono subito all’occhio tutti i problemi: personaggi troppo stereotipati (esempi: Chiara ragazza per bene, Ludovica femme fatale problematica, Damiano – ragazzo di Chiara nel corso della serie – duro e contro il sistema), così come le situazioni (altri esempi: giro di droga a scuola, l’alunno che fa sesso con la professoressa, genitori assenti, gli uomini tutti cattivi) che portano ad eventi totalmente senza senso e con dialoghi forzati. Tra l’altro, non avviene mai una discussione di gruppo, quanto solamente uno scambio di battute uno-contro-uno banali e ripetitive.

Eppure gli ingredienti ci sono, come detto: la difficile vita adolescenziale di oggi, un mondo proibito come la prostituzione, le differenze sociali, il bullismo, il bisogno di sentirsi grandi nonostante l’età. Dopo aver ben spiattellato tutto ciò nel primissimo episodio, il castello di carte cade praticamente da lì in poi perché non viene più preso niente dalla realtà: si prosegue con una storia piatta e da tradizionale teen-drama, addolcita da relazioni mordi-fuggi-mordi-ripensamento che confondono solo lo spettatore, con un minestrone riempito di qualsiasi cosa che non permetto di seguire con facilità la storia. Insomma, un prodotto confezionato per i giovanissimi ma senza originalità.

La noia è a farla da padrone perché non succede mai nulla di eclatante (o, perlomeno, succedono, ma son tutti cliché scontati), così come la prostituzione di due minorenni non ci sconvolge quando, invece, dovrebbe farlo. Anzi, Chiara e Ludovica non parlano nemmeno di questo problema che è inserito solamente come un appunto poco importante nella serie. Si arriva alla terza stagione che, in poche parole, si conclude con due ragazze uscite pulite da un qualcosa di non ben definito, con Fiore – il pappone – marchiato a sangue in un patetico processo finale. L’emblema è una delle scene dell’ultimo episodio con Ludovica che enuncia la sua tesina sul Sessantotto e sull’indipendenza delle donne; se si voleva parlare di ciò, bisognava sottolineare la grave situazione delle “baby squillo” e delle violenze che subisce il sesso femminile. Tra l’altro, alla fine son tutti felici e contenti – forse meno per Chiara, finita in una casa famiglia.

Quello che manca è il coraggio di affrontare temi caldi e importanti con serietà e nel profondo, grattando solamente la superficie e buttando in caciara il poco raccolto. Alla fine di tutto non ci rimane niente, nemmeno il tempo perso per vedere tre stagioni. Un senso di vuoto rimane perché, potenzialmente, “Baby” poteva davvero essere qualcosa di nuovo, ma rimane come un tentativo disperato di emulare “13 Reasons Why” ed “Élite” – e anche queste due non scherzano troppo in qualità. Da premiare solamente la fotografia, oltre a parte della colonna sonora non originale arricchita da Yakamoto Kotzuga e da James Blake, con punte di Arca, Bicep, RY X, Daughter, Son Lux e altri artisti noti a livello internazionale.

Per il resto… “Baby” not one more time, grazie.

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