Tales from the Loop: un delicato raccoglitore di racconti (non) fantascientifici

ATTENZIONE: il seguente articolo contiene degli SPOILER.

La quarantena mi ha dato modo di poter spendere molto più tempo per vedere le serie TV che avevo in lista da tempo. Oltre a ciò, ho capito che più ne guardo e più mi stanco, soprattutto perché ora è facile incappare in una moltitudine di produzione grazie ai servizi in streaming come, ad esempio, la lungimirante Netflix, il nuovissimo Disney+ e Amazon Prime Video.

Ecco, mi fermo su quest’ultimo perché è l’unico a cui sono abbonato – solo perché ordino miliardi di cose dallo shop Amazon – e, perché, il prezzo è nettamente inferiore rispetto ai concorrenti. Dal suo debutto, ho avuto modo di vedere quasi ogni serie proposta e, bisogna ammetterlo, che ora il catalogo fa davvero invidia.

La punta di diamante di questo disgraziato 2020 è “Tales from the Loop”, che prende ispirazione dai bellissimi e iconici disegni di Simon Stålenhag per un artbook pubblicato nel 2014, poi diventato anche un gioco da tavolo. In ogni immagine è presente un ambiente campagnolo svedese che, però, è animato dalla presenza di alcuni oggetti robotici e futuristici; molto strano ma, al contrario, normale per le persone e i bambini che vivono all’interno di quel mondo.

Potrebbe essere un’altra serie fantascientifica che fa perno sull’ignoto e sul mistero, simile alle amatissime “Dark” e “Black Mirror”, ma non è così: “Tales from the Loop” è, al contrario, una delicata narrazione dell’animo umano e delle sue incertezze, un racconto che preme sulla nostalgia e sulla tecnologia che ci si immaginava negli anni Ottanta. Non viene assolutamente spiegato nulla: sul perché ci sono dei robot, sul perché dispongono di quelle conoscenze scientifiche e cosa sta succedendo al di fuori di quel paesino.

A proposito di ambientazione, ci troviamo a Mercer, Ohio. Una cittadina statunitense come le altre, con il suo piccolo centro abitato e accerchiato da campi di grano biondeggianti. La particolarità sta nel sottosuolo: del “Loop” non si conoscono gli esperimenti ma si sa essere un centro di ricerca molto avanzato, in una corsa verso un futuro altamente tecnologico. Ed è forse per colpa sua che avvengono degli strani episodi a Mercer, almeno come fa indurre la serie ai suoi spettatori.

I “racconti” che ci vengono narrati sono collegati da un sottile filo conduttore, ma sono tutti a sé stanti: all’inizio ci uniremo a una bambina di nome Loretta (che, tra l’altro, avevo già visto in Ant-Man e quindi è abituata questo genere di cose) che parte alla ricerca di sua madre e della sua casa e, invece, si ritrova davanti alla sua versione adulta. Da lei passeremo proprio alla sua famiglia nel secondo episodio, quello che più mi ha colpito: il figlio adolescente Jakob e l’amico Danny trovano un modo per scambiarsi i corpi, per poi procedere tutto in discesa e ritrovarsi Jakob in un robot, il corpo di Danny in coma e Danny nel corpo di Jakob – ok, effettivamente c’è molta confusione.

Questi due episodi – non vi spoilero gli altri, altrimenti che serve guardare la serie TV se ve la racconto io? – si caricano di un importante significato: il primo sottolinea come i nostri pensieri, i nostri ideali e le nostre sicurezze cambiano nel corso tempo e, forse, ci serve riguardare il nostro “io” bambino per ritornare sui nostri passi; il secondo dà peso alle scelte che facciamo: uno scherzo iniziale diventa qualcosa di molto più grave, capace di generare una tragedia derivata da un controllo apparente della situazione.

La tecnologia di “Tales from the Loop” è solamente uno sfondo, un modo per indurre le persone a “reagire” e per far scattare un cambiamento che, nella storia dell’umanità, ci sarà sempre. Ogni episodio non ha ritmi veloci ma, anzi, si prende del tempo, ha dei momenti di attesa e di pausa che ci permettono di riflettere prima del “bang” che ci colpisce emotivamente. E poi tutto passa in un battito di ciglia, come nell’episodio conclusivo. Forse è questa la grandezza della serie: i momenti passano, i ricordi e le esperienze rimangono finché ci sarà qualcuno che rimembra.

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