slowthai – TYRON

7 Matteo Russo
7

Quella di Tyron Frampton è la storia di un ragazzo di strada della periferia inglese con un passato difficile da lasciarsi alle spalle. Una di quelle storie che marcano indissolubilmente il modo di porsi alla società che solitamente portano alla disperazione nei migliori casi e alla criminalità nei peggiori. Tyron però sentiva di essere più forte di questo, spinto da una forte passione per la musica come strumento di riscatto.

Negli anni è riuscito a farsi un nome rilasciando musica su SoundCloud (pratica ormai largamente diffusa nell’industria), tanto da permettergli un contratto con Interscope e da pubblicare nel 2019 il suo primo album: “Nothing Great About Britain”, che già dal titolo rendeva chiaro il suo intento di ribellione contro i canoni tipici britannici. Spinto dal successo del singolo “Doorman” la sua popolarità in patria è cresciuta alle stelle e ciò gli ha permesso di collaborare negli ultimi anni con nomi illustri del calibro di Flume, Gorillaz, BROCKHAMPTON e Disclosure.


Sono passati due anni e ora ci ritroviamo ad un vero e proprio cambio di rotta con il nuovo album “TYRON”, un progetto che in parte riesce a sovvertire quanto detto sopra, mostrando suoi lati che non avevamo ancora conosciuto. La struttura dell’album è tanto semplice quanto riuscita: è composto da due parti distinte, facilmente riconoscibili anche dalla tracklist. La prima metà – con i titoli scritti in maiuscolo – mostra la faccia che già conoscevamo, quella un po’ più leggera che si sentirebbe a tutto volume nei quartieri come quello di Lings a Northampton.

La prima traccia “45 SMOKE” mette immediatamente in chiaro le cose, con un pezzo potente e aggressivo su tutti i fronti: una scelta molto azzeccata per introdurre l’ascoltatore a quello che verrà dopo. Non posso dire lo stesso del brano che segue “CANCELLED” (con la collaborazione del rapper inglese Skepta) che porta alla ribalta il problema delle continue cancellazioni e rinvii degli spettacoli dal vivo. Il tema è anche interessante, ma la messa in scena lascia abbastanza a desiderare, specialmente nel ritornello che a tratti è quasi fastidioso.

Sempre nel A-Side troviamo “MAZZA”, un singolo capace di far tornare alta l’attenzione grazie anche ad un ottimo A$AP Rocky. Quello che segue torna a far storcere un po’ il naso con i pezzi “VEX”, “WOT” e “DEAD” che definirei piuttosto dimenticabili. “PLAY WITH FIRE” infine preannuncia un cambio di passo e funge letteralmente da ponte per quella che è l’anima pulsante dell’album.

Il vero nuovo volto di slowthai, infatti, è visibile nel B-side del disco, con un Frampton molto più maturo e introspettivo e dai toni che strizzano l’occhio al conscious rap, ed è qui che il potenziale di questo album inizia finalmente ad essere chiaro. Alle molto orecchiabili “i tried”, “focus” e “terms” (quest’ultima con il ritornello cantato da Dominic Fike e Denzel Curry, ormai onnipresenti in qualsiasi album rap uscito negli ultimi 2 anni) segue una quadruplice cannonata di emozioni e di introspettività: “push” è la prima di queste, l’acronimo di “praying until something happens”, una traccia automotivazionale con il ritornello di Deb Never che non può far altro che entrare in testa di chi lo ascolta senza mai poterne uscire:

Sit back and watch the rain
Breathe out before tomorrow
Slow down before you break
And you’re cast aside

(push)

“nhs” invece si sofferma su un tema molto caro a tutto il plot narrativo del progetto: l’esistenza di un molteplice modo di vedere le cose se si vuole avere una visione completa del fenomeno, spiegata ironicamente in:

(What’s) Rick without Morty?
Lil Wayne without Codeine?

(nhs)

“feel away” è il singolo più convincente dell’intero progetto e vanta fenomeni del calibro di James Blake e Mount Kimbie. Un pezzo davvero toccante, soprattutto quando si è scoperto che l’intera canzone è dedicata a suo fratello, scomparso in tenera età per una malattia. La performance vocale di James Blake è da lasciare senza fiato e credo di avere perso il conto di quante volte io sia tornato a premere “play” su questa canzone.

L’album si chiude con “adhd”, una riflessione che culmina in uno sfogo, quasi una trasformazione di un Tyron appena prima apparentemente vulnerabile e un secondo dopo pieno di rabbia ed energia, pronta ad essere riversata tutta d’un fiato. Un tocco che ho trovato azzeccatissimo e che funge ancora una volta da ponte per poter ricominciare da capo l’album senza sentirsi spaesati.

Tyron è composto da due lati della stessa medaglia: due lati quasi opposti che convergono perfettamente l’uno con l’altro. Se questo è vero per la sua persona non si può dire lo stesso invece dell’album “TYRON”, che chiaramente deficita dove era chiesto di ripetere quanto fatto in passato, riproponendo lo stesso stile e in qualche modo abbassando lo standard da lui già prefissato. Allo stesso tempo sorge come una fenice un nuovo lato prima nascosto che apre ad un interessante cambio di passo in futuro se verrà ben gestito, ma per ora lascia solo un forte amaro in bocca per quello che sarebbe potuto essere.

Written By
More from Matteo Russo

Feline Interviews: Sandro Outwo

Sandro Torres, in arte Sandro Outwo, è un rapper di origini pugliesi...
Read More

Lascia un commento